giovedì 24 luglio 2008

"Erba della mia erba", incontro con Adriana Zarri

(di Rodolfo Signifredi)
Uno di questi eremiti, come si è detto, è Adriana Zarri che nel libro Erba della mia erba, edito dalla Cittadella, racconta la sua esperienza da una vecchia cascina del Canavese, diocesi di Ivrea. Ma l'indirizzo è riservato perché l'eremita non vuole essere invasa da visitatori e da curiosi: vive in solitudine, in preghiera o con alcuni amici che la incontrano ogni tanto, per condividere con lei convivialità e pensieri.Non è necessario, lei dice, vivere separati per esser cristiani. Ma per lei questa scelta si è quasi imposta. Teologa non convenzionale, ha sempre fatto della libertà il centro della sua esistenza, della sua fede. “Fede e vita, in fondo, sono la stessa cosa”, ci spiega Adriana Zarri. Nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919. Teologa, saggista, ha scritto su diverse riviste, tra cui "Concilium", "Servitium", "Rocca", "Avvenimenti" con una rubrica anche su “Il Manifesto”. Opere di Adriana Zarri sono, oltre a Erba della mia erba, Nostro Signore del deserto, edite entrambe dalla Cittadella di Assisi; di altri editori sono: Dodici lune, Il figlio perduto, Quaestio 98, E’ più facile che un cammello… ed altre ancora.
- Perché gli eremiti si isolano?
Quella dell’eremita è solitudine, non isolamento. E il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze. L’eremita è un uomo tra gli uomini e la solitudine consente un emergere tutto particolare del male del mondo che, in prospettiva, può venire analizzato con maggiore lucidità e combattuto con una contestazione interiore. La preghiera è la contestazione più profonda di questo mondo utilitario in quanto mette in crisi il modello antropoculturale che lo esprime.
- Ma restando appartati così a lungo non si diventa degli orsi o dei misantropi?
In ciascuno di noi c’è una valenza monastica. L’eremita è chi fa emergere questa valenza sulle altre componenti. Un eremo non è un guscio di lumaca in cui ci si rinchiude, ma è solo la scelta di vivere la fraternità in solitudine. L’isolamento è un tagliarsi fuori, la solitudine è un vivere dentro. L’isolamento è una solitudine vuota, invece la solitudine è piena, cordiale, calda, percorsa da voci e animata da presenze. Questa solitudine è la forma eremitica dell’incontro. E il calore umano si ravviva continuamente.
- A cosa serve pregare così intensamente?
A chi ci chiede a “cosa serve” la preghiera, bisogna dire scandalosamente che non serve a nulla, come non serve a nulla l’amore, l’arte, la bellezza. Nell’accezione consumistica la preghiera non serve; è un bel mazzo di fiori che mettiamo sul tavolo. Potremmo farne a meno, si mangia lo stesso. Però non si pranza, non si cena. Neanche sorridere serve. La bocca si apre utilmente per mangiare e per comandare; il sorriso è un di più.Come si divena eremiti?E’ una scelta radicale, come quella degli autentici clochard di una volta. Ma a differenza di tutte le asocialità, quella dell’eremita è una forma totalmente impegnata. Un ritiro da tutto per incontrare se stessi e per essere ancor più d’aiuto a questa umanità. L’eremita lo troviamo in tutte le religioni, lo incontriamo nel santone indiano che sta nelle grotte sull’Himalaya o nel monaco esicasta del Monte Athos.Nel nostro Occidente il movimento eremitico comincia prima ancora di Costantino con la fuga nel deserto o sulle montagne di solitari in lotta con leoni e serpenti, ed anche con diavoli tentatori. Ma quando la fama dei loro digiuni, delle preghiere incessanti, del silenzio ininterrotto attira discepoli e inquietudini esistenziali, l’eremitaggio si interrompe per trasformarsi in comunità. L’eremo diventa convento. E’ stato così anche per l’eremita Benedetto da Norcia, costretto dalla sua stessa fama di santità a improvvisarsi maestro di novizi, e a passare da una solitudine senza gerarchie all’ora et labora di un cenobio.
- Ha dei discepoli, Adriana Zarri?
Me ne guardo bene. Non ho la vocazione della badessa. Ho invece molti amici che di tanto in tanto mi vengono a trovare. E tanti che mi seguono attraverso i miei libri ed articoli. Ma non li considero discepoli, bensì amici con i quali condivido il messaggio cristiano.
- Perchè si diventa eremiti?
Stiamo parlando dell’eremita per vocazione, non di quello per forza come può essere il vecchio solo e abbandonato o il misantropo avaro. E dell’eremita a tempo pieno, non dell’eremita part time, né di quello della domenica. Difficile catalogarli proprio per la loro natura nascosta, L’eremita di cui parliamo non ha niente delle “anime inquiete” che partono alla ricerca dei paradisi lontani o di quelle che fuggono dal proprio passato.Non sono gli artisti alla Gaughin o alla Conte di Montecristo dei racconti ottocenteschi. Qui non c’è l’insofferenza per la banalità della vita, né lo spirito di avventura. Ma una vocazione profonda, che avviene in età adulta, tra i cinquanta e i sessanta anni, quando parte delle tentazioni sono già sotto controllo. E’ ben noto un antico proverbio: «A giovane eremita, vecchio diavolo». Anche se le prove non mancano, a cominciare dalla tentazione di “essere attaccati alla propria ciotola” come dice lo zen; ogni attaccamento è il nemico da combattere.La solitudine e il silenzio sono i soli confratelli con cui convivere, ma questo isolamento è solo apparente perché non c’è disimpegno, dismissione. La nuova fioritura di vocazioni eremitiche avviene per reazione all’eccesso di impegno nel mondo da parte delle organizzazioni religiose e dalla riscoperta della forza della preghiera e della gioia del silenzio.Carlo Carretto era entrato nei Piccoli Fratelli di Gesù ed era andato eremita nel Deserto dopo essere stato per tanti anni il presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Molti preti, frati, suore giungono alla vita eremitica dopo anni in comunità tradizionali. Come père Jean Déchanet, lo yogi cristiano che ha portato in occidente l’esperienza di un eremitaggio interiore attingendola dall’oriente.Quanto a lui, ha risposto a una chiamata che gli ha fatto capire sino in fondo che solo chi getta via la sua vita la salva; e che il modo più efficace di amare e di aiutare è seppellirsi nell’anonimato, nel silenzio, nella impotenza, credendo sino in fondo ai misteriosi legami della «comunione dei santi». L’eremita. Un credente che, invece dell’attivismo solo apparentemente costruttivo, ha scelto di praticare la forma più alta di carità, nella prospettiva evangelica: la preghiera ininterrotta, per tutti, nella solitudine e nel silenzio più radicali.
- Quando è nata in lei questa vocazione?
Ho sempre avuto questo desiderio di preghiera in solitudine fin da quando abitavo in città. Anche nella mia vita c’è stata una esperienza di convivenza in un Istituto secolare, ma è stata di breve durata. E da adolescente sono stata impegnata come dirigente nell’Azione Cattolica. Ma la vita eremitica vera e propria l’ho iniziata intorno ai cinquant’anni. E sono molto gelosa della mia laicità.
- Una scelta così radicale consente di fare più rapidamente “carriera” nella vita spirituale?
La cosa più importante è essere cristiani. Per me non hanno alcun significato certe dichiarazioni circa la "radicalità" della vita monastica. Come se la vita cristiana, vissuta con altre modalità, fosse meno radicale, più povera e meno profondamente cristiana. Non ci sono categorie privilegiate nel mondo dello spirito. Amo molto la normalità e detesto tutte le classifiche. Invece si ricorre spesso alle metafore sportive. Ma é certo un errore insinuare l'idea di cristiani di serie A, più o meno bravi, più o meno radicalmente cristiani, dove l'eminenza non consisterebbe più nella misura della carità, bensì nell'adozione di un particolare stile di vita.
- Come vivono oggi gli eremiti?
Gente che comunica da una coscienza all’altra senza la deviazione concettuale. È commovente incontrare uomini e donne così che tracciano la loro strada facendo corpo con quello in cui credono. Puntini neri che si intravvedono su un'immensità di neve, in balia del freddo e della solitudine, il prezzo del biglietto di ingresso per introdurre altri come loro nell’intimità con l’Altro.“Non dimenticherò mai le nozze con la montagna” scriveva père Jean, nato in una paese di pianura e vissuto per quasi mezzo secolo nell’orizzonte limitato dai pioppi e dalle betulle delle praterie fiamminghe e per un altro decennio sugli altipiani selvaggi dell’Africa. “La mia vita si organizza. Vivere da solo sulla montagna è un affar serio. L’inverno si avvicina. Cinque mesi di neve in media. A volte sei o sette. Approfitto degli ultimi giorni buoni per fare legna. La foresta è là” scriveva agli inizi della sua esperienza.E, dopo avere ansimato per salire fino alla capanna, con qualche ramo sulle spalle, si diceva “Bisogna proprio essere pazzi per faticare tanto, quando in un qualunque monastero si potrebbe avere tutto! Bisogna essere pazzi; fare da sé quello che altri farebbero per voi in tutte le abbazie del mondo! Non c’è dubbio bisogna essere pazzi. Non so cosa ne pensino i contadini del villaggio laggiù in fondo alla valle”. Ma abbiamo saputo che i valligiani dicevano di lui che “quello finalmente era un uomo vero” e ne avevano il più grande rispetto.
- Cosa ne pensa la Chiesa?
Eppure, malgrado il sorgere di migliaia di abbazie, monasteri, conventi, dove la vita religiosa era in comune e istituzionalizzata, molti credenti continuarono a seguire la vocazione all’isolamento, alla solitudine, alla libertà di redigersi essi stessi la "loro" regola. Il declino cominciò con il Concilio di Trento, che diffidò degli anacoreti perché incontrollabili e si concluse con il Settecento dei Lumi e con la Rivoluzione francese che perseguitò questi «parassiti asociali», nonché «oscurantisti fanatici», come li considerava.All’interno della Chiesa cattolica, la vocazione speciale alla solitudine era stata da tempo incanalata in ordini religiosi come quello dei certosini o dei camaldolesi, dove l’isolamento è unito alla comunione con i fratelli nella preghiera e nella conversazione, seppure una sola volta alla settimana. Il silenzio del Codice ecclesiale del 1917 è, lo si diceva, significativo: niente più anacoreti, dunque niente regolamentazione. E invece, questa vocazione - rara ma insopprimibile - non è affatto scomparsa ma covava sotto la cenere. Come ha dovuto prendere atto il nuovo Codice, pubblicato nel 1983.
- In che rapporto è con la Chiesa?
Di assoluta fedeltà a quelle che sono le nozioni fondamentali della Chiesa. Ma di altrettanto chiara conflittualità con norme da osservare che non sono bibliche o di fede. Perché le teologie sono tante, ma la fede è una sola.

(Fonte: www.auraweb.it)

L’eremita della porta accanto. Arrivano gli anacoreti del Medioevo prossimo venturo

di Rodolfo Signifredi
C’è ancora posto per gli eremiti nel nostro mondo sovraffollato? Esistono ancora i singles dello spirito che si ritirano in baite solitarie e in “grotte monolocali” per soli anacoreti? O si stanno estinguendo come i panda? La risposta che ci viene dagli Usa è sorprendente.Sulla base di una indagine conoscitiva effettuata dai gesuiti d’America sul loro quadrimestrale per consacrati, Review for Religious, si rileva che non solo sopravvivono ma sono addirittura in crescita. E in tutto il mondo il fatto nuovo è che questi eremiti non si rifugiano più nelle grotte ma scendono in città e si inseriscono nella realtà metropolitana senza tuttavia abbandonare la loro scelta di vita solitaria.Non sappiamo cosa possano rispondere alle domande del Censimento perché la “professione eremita” non è ancora contemplata. Ma è altrettanto certo che aumentano ogni anno, trascorrono la vita in preghiera, non temono la povertà e rifiutano qualsiasi gerarchia. La loro forza sta nel contraddire lo spirito del tempo. E la Chiesa ha deciso di reintegrarli nel Diritto canonico.La notizia ci riporta ad una esperienza di alcuni anni fa, durante un viaggio nell’Isère, dove vari eremiti popolavano una vallata, ben distanziati tra loro. L’insediamento era noto solo agli “addetti ai lavori” in contatto con questi atleti della solitudine. La cosa ci aveva stupito, convinti come tutti, che gli anacoreti non esistessero più. Forse si trattava degli ultimi esemplari. Invece ci veniva detto che gli insediamenti erano in aumento, tanto da allertare il demanio francese, interessato a ricavare soldi anche da questo utilizzo del suolo pubblico.Questa impressione di un movimento in espansione ci viene ora confermata dalla ricerca dei gesuiti americani su un fenomeno che, per le sue dimensioni e la sua dinamica, sta prendendo in contropiede anche le autorità religiose che lo avevano archiviato come estinto nel 1917 lasciandolo fuori dal nuovo Codice ecclesiale. Invece bisogna ricominciare a parlarne, a chiedersi perché tornano, quanti sono oggi, quanti potrebbero diventare domani e che ruolo hanno nella ripresa del senso del sacro. Ecco alcuni numeri.La categoria, stando a valutazioni attendibili, conterebbe nel mondo almeno ventimila anacoreti doc, ma è una stima forse inferiore alla realtà. Duemila vivono in Italia. E sono equamente divisi tra uomini e donne. Per gran parte sono cattolici, ma non mancano altre confessioni cristiane e altre religioni. L’inchiesta americana, ha rilevato che il maggior numero di eremiti, oggi, è "metropolitano” e soltanto un due per cento segue la tradizione che li vuole in grotte, baite o vecchi cascinali. L’eremitaggio moderno si fa anche in scantinati o sotto i ponti. Meglio ancora nei casermoni o nei condomini delle città. La metropoli di oggi è il luogo vero della solitudine, dove tutti ti ignorano, e dove il combattimento contro i nuovi demoni è ancora più intenso.Come si mantengono gli eremiti? Nel Medio Evo trovavano “lavoro” custodendo cimiteri, ponti, passi montani, fari, santuari, e questo è possibile anche oggi. Ma è più difficile per gli eremiti metropolitani. Perché il “deserto” di cemento è meno fertile del deserto di sabbia, dove almeno le locuste e le radici non mancano come ci ha insegnato Giovanni il Battista. Scartati i lavori nelle aziende, ambienti troppo dispersivi e più adatti ai preti operai, restano i lavoretti che si possono fare tra le pareti domestiche come la pittura o il restauro di icone, la confezione di rosari e di ostie per la messa.Oppure scrivere e collaborare con editori, come fa Adriana Zarri che abbiamo intervistato. Condividono l’abitazione con sorella povertà; per pregare e meditare ricavano un angolo che arredano con un gusto ispirato, dove non c’è l’idea della miseria ma di una povertà luminosa. E l’assenza di gadget dispersivi come la tv o il telefono consente loro di non essere assillati dalle bollette.I più “benestanti” hanno una pensioncina minima o trovano una casa di campagna con un fazzoletto di terra per ricavarne i prodotti dell’orto. La diffidenza iniziale dei vicini si trasforma, poco a poco, in stupefatta accettazione di questi esseri “asociali” e, ben presto, in una richiesta di preghiere o intercessioni. L’eremita è solo in apparenza un isolato, ma risiede “al centro” della società. E questo il popolo lo sente. La gente semplice, quando si trova di fronte a problemi insolubili, si avvicina ai suoi santi e ai suoi eremiti.

(Fonte: www.auraweb.it)

Assetati d'infinito

Interessante articolo di Franco Cardini sulle illusioni che possono celarsi dietro una scelta di vita eremitica. Nella prima parte dell'articolo si cita il richiamo del Santo Padre a fare delle vacanze "... un momento di riposo e di distensione da utilizzare per un più intimo e diretto contatto con Dio.

In altri termini, scrive Cardini, quel che il papa sembra riproporre è una rinnovata attenzione a un genere di vita che potremmo definire di tipo eremitico, sia pur senza formalizzazioni disciplinari in tal senso.
L’eremitismo (una parola derivata dal greco eremos, «solitario») è per forza di cose strettamente collegato, sul piano storico ed ecclesiale, al monachesimo (dal greco monos, «uno», e quindi «solo»). Ma all’esperienza propriamente anacoretica, propria dei monaci eremiti – e che trovava riscontro in tradizioni anche ebraiche o proprie di alcune religioni asiatiche, soprattutto il buddhismo – la Chiesa latina seppe accompagnare quella propriamente cenobitica, da condursi cioè in comunità; e una specifica soluzione, quella adottata dai monaci greci e orientali e ripresa nel mondo latino da camaldolesi e certosini, consisté nel riunire in un comune recinto monastico (quella che nel mondo ortodosso si chiama la lavra) una serie di abitacoli nei quali il monaco poteva vivere un’ordinaria esperienze eremitica salvo periodicamente riunirsi con i confratelli, per il servizio divino, per i pasti o per specifiche ricorrenze.
Non pare tuttavia che l’esperienza eremitica sia, al momento attuale, tra quelle privilegiate dalla Chiesa cattolica, che pure la mantiene e la riverisce. Il nostro mondo occidentale è cresciuto su due parametri in apparenza contraddittori, ma la miscela dei quali si è rivelata molto pericolosa: da una parte, evidentemente, la tendenza alla fruizione dei beni materiali, che non dispone alla solitudine; dall’altra però il culto ipertrofico del proprio Ego, l’individualismo che può condurre anche a facili soluzioni «pseudoanacoretiche», alla solitudine come scelta eroica, come indifferenza sprezzante nei confronti del prossimo, come espressione di un complesso di superiorità, come negazione dell’esercizio della carità.
Nel mondo postmoderno, le tentazioni dello pseudospiritualismo – ch’è in realtà un duro materialismo – sono molto comuni e insidiose: tanto più tali in quanto, esteriormente, possono presentarsi in forme analoghe all’esperienza spirituale autentica. Ne è esempio proprio l’aspirazione alla vita in contatto con la montagna. In moltissime religioni esistono «Montagne Sacre»: l’ascensione e la residenza in luoghi alti, «più vicini a Dio» come si usa dire, sono espressioni di spiritualità molto tipica di vari culti. Il cristianesimo ha privilegiato l’ascensione e la sosta sulle vette, come splendidamente recita una grande pagina di sant’Agostino ispirata sia ai profeti d’Israele, sia ai poeti antichi. Il Petrarca se n’è ricordato nella lettera dov’egli descrive una sua ascensione al Mont Ventoux, nella Francia meridionale, e dove non a caso gli sono conforto le Confessioni di Agostino. Ma attenzione: pensiamo a Goethe, pensiamo ad Hölderlin. La loro aspirazione all’ascesa e alla «purificazione», che pur si è tradotta in versi tra i più sublimi della lirica europea e mondiale, reca in sé l’impronta e l’aspirazione non sovrumana bensì, diciamo così, «superuomistica» (brutto aggettivo, usato qui comunque per ricondurci al pensiero del Nietzsche): che non ha nulla a che vedere con l’ascesi per quanto apparentemente possa somigliarle, e che è anzi la negazione dell’aspirazione a unirsi con Dio e ad annullarsi in lui. llo stesso modo, forme di disciplina fisica, di autocontrollo, di privazione (per esempio riguardo ai cibi e alle bevande) possono racchiudere analogo rischio ed essere tese non alla ricerca di Dio, non al sacrificio in Lui e per Lui, bensì all’affermazione d’una Volontà di Potenza che s’interiorizza rivolgendosi in e su se stessa ma che, proprio per questo, è profondamente anticristiana (non a caso si tratta di una somma d’istanze di «controllo di sé» e di «sublimazione del Sé» d’origine romantica che si accompagnarono anche all’infatuazione per religioni come il buddhismo o il taoismo e che furono in qualche misura riprese, e ulteriormente distorte, dall’esperienza nazista).
Redi in te ipsum: in interiore homine habitat Veritas. Il magistero di Agostino resta intatto: ma quel che noi occidentali non sappiamo più fare è ritrovare la strada per addentrarci sul serio in noi stessi, in un modo che non sia solo quello della ricerca del nostro Io. Per questo il papa insiste tanto sulla liturgia, sulla capacità di saper pregare e sulle tecniche della preghiera, che non sono affatto vuote formalità ma che costituiscono la via regia per il recupero dei valori sostanziali.
Porro unum est perfectum. Lo ricorda Gesù a Marta che si affatica correndo e facendo tutto il necessario per servirLo: ma dimenticando che il primo servizio da renderGli è quello dell’ascolto della Parola: ed è infatti Maria che «ha scelto la parte migliore». Ma l’Occidente, tutto conquistato dallo spirito di Marta, non ha mai capito a dovere questa lezione.
Tornar a saper pregare significa affrontare di nuovo quel grande dramma dell’Occidente che è il «Fattore D». Infatti la nostra società, progressivamente accettando tra XVI e XVIII secolo l’esperienza del vivere etsi Deus non daretur, ha fatto cadere la D iniziale dalla parola «Dio»: ed è finita con l’adorare quel che restava, l’«Io». L’eremitismo, riproposto oggi, può sul serio ricondurre sulla buona strada. Ma è un’esperienza alta, profonda, intensa, difficile da percorrere correttamente senza adeguata preparazione. Il frastuono del mondo moderno ci ha disabituati al silenzio: un repentino ritorno ad esso rischia di gettarci nel disorientamento del Nulla, quindi nella falsa meditazione.
Il pericolo non è remoto. L’età postmoderna segnata dalla pseudospiritualità che le è propria, quella New Age, si è annunziata fin dagli Anni Sessanta del secolo scorso con i culti e le tecniche mistiche dell’Età dell’Acquario, quelle che specie in California hanno riempito i deserti di ogni sorta di eremi: quelli cristiani, quelli buddhisti specie zen, quelli esoterico-iniziatico-sincretistici ispirati a occultisti come Edgar Cayce. Oggi, le nostre città pullulano di negozi scintillanti e profumati nei quali si vendono essenze e profumi, si ascoltano i suoni dell’acqua che cade sulle rocce e del vento che fischia tra i rami, ci si abbandona alla sensualità ipermaterialistica della natura in quanto tale e delle sensazioni di pacificazione interiore, si ricerca la «pace con noi stessi» e l’equilibrio del quale la salute fisica sarebbe al tempo stesso il segno e il premio. Può sembrar misticismo molto prossimo a quello cristiano: e ne è il peggior tradimento, la più infame caricatura.
L’esperienza mistica non può pertanto che affrontarsi in spirito di profonda disciplina e sotto al guida sapiente della Chiesa. Le corse in avanti e le «cadute in alto» sono solo illusioni. Alla nostra cultura serve una mistica fondata piuttosto, secondo quella che del resto è la tradizione più autentica della Chiesa romana, sull’esperienza comunitaria. Per chi desideri tentar l’esperienza della perfezione eremitica, le strade istituzionali proposte dalla Chiesa sono molte. Ma gli Assetati d’Infinito debbono sempre ricordare che il Vero Monte Athos sta dentro ciascuno di noi: e che per ascenderlo non c’è bisogno di mettersi in viaggio. La solitudine, quella vera che garantisce la libertà, non è il vuoto attorno a noi: è la nostra interiorità ripiena di Dio. Oggi i veri eremiti stanno in mezzo alla gente, nel folto della calca dei bisognosi. Sono coloro che, come Francesco d’Assisi e Teresa di Calcutta, avvertono il profumo di Dio nelle piaghe della miseria e del dolore. Chi cerca Dio nel silenzio degli eremi incontaminati, delle cime immacolate e dei mari azzurri, se non dispone della preparazione adeguata finisce di solito con incontrar solo la superbia del suo Io.

Fonte: www.toscanaoggi.it

SUOR HEIDI L'EREMITA

In un angolo della stanza c’è un telefono che in alcuni giorni squilla di continuo. Il tavolino accanto al letto è rivestito di una tovaglia coloratissima, come coloratissimo è il resto della casa: il cenacolo fatto con le sue mani, le federe del letto, la maglia che indossa. Suor Francesca è un’eremita anomala, così ama definirsi. Da nove anni vive a stretto contatto con la natura di Indiritto, nella Val Sangone, in una solitudine e un isolamento che vengono interrotti solo quando qualcuno la cerca. E sono in tanti a farlo. “Un eremo non può essere un guscio in cui rinchiudersi, sarebbe una scelta egoistica. Se qualcuno bussa alla mia porta, apro. Sarebbe disumano non farlo, il Signore me lo chiede”. Suor Shumi o Heidi, così la chiamano i suoi amici, vive tra preghiera e dedizione verso prossimo. Due cose che coincidono a suo modo di vedere. Accompagna all’ospedale chi ne ha bisogno, veste, pulisce, lava, pascola le capre, ascolta la disperazione di chi vive dei drammi, ha una parola di conforto per tutti. Per i suoi lavori non percepisce nulla, tira avanti grazie alla Provvidenza, ai doni delle persone che le vogliono bene e che non le fanno mai mancare nulla, neanche una macchina rossa, parcheggiata nel cortiletto antistante la Chiesa: “Ci sono periodi in cui mangio solo pomodori, ma va bene così, se è Dio che lo vuole” racconta sorridendo. Dio. Per suor Francesca è sempre lui a decidere e scandire ogni momento della sua giornata. Lui che le permette di accettare. Proprio quel Dio che all’età di otto anni le ha portato via la sorellina più grande e dal quale si è allontanata per dieci anni. Le avevano detto di pregare per salvarla. Lo aveva fatto rinunciando ai giochi da bambina, ma da Sopra non l’avevano ascoltata. Loredana è morta il giorno del suo compleanno. Per colmare il vuoto aveva cominciato a suonare il violino ed era diventata una concertista conosciuta. Scherzando ricorda: “In quel periodo dire che ero atea è poco. Avrei dato fuoco a qualunque prete”. Ad Assisi il colpo di fulmine. Scappa di casa ed entra in convento. Dopo 15 anni decide di diventare eremita, ma senza far decadere i suoi voti ed ottiene l’approvazione di Papa Giovanni Paolo II. E’ felice, serena. “Se mai dovessi aver paura sarebbe segno che questo non è più il mio posto”.

Fonte dell'articolo: (http://silviabogu.blogspot.com/2008/02/suor-heidi-leremita.html)

venerdì 18 luglio 2008

Gli eremiti nel Codice di Diritto Canonico

(da: Le forme individuali di vita consacrata di Jean Beyer S.J.)
Gli eremiti nel Codice hanno il vantaggio di trovarvi una descrizione della loro propria vocazione nella vita consacrata (c. 603, par. 1). La cosa è importante. Partendo dal fatto dell'appello divino riconosciuto dalla Chiesa, essi sono della Chiesa e hanno nel diritto una posizione giuridica certa (3). Canonicamente, per essere riconosciuto eremita, bisogna che questi si impegni nelle mani del Vescovo, con una pubblica professione - attraverso voti o altri sacri legami - alla pratica dei tre consigli evangelici, a vivere uno stile di vita determinato sotto la guida dello stesso Vescovo diocesano.
Questa dipendenza è una obbedienza. Impedisce che l'eremita diventi un girovago. C'è tuttavia una difficoltà a realizzare un tale impegno. Il Vescovo comprenderà ciò che è, come vita consacrata, una vita eremitica? Se già molti religiosi si lamentano per la mancanza di comprensione della loro vita da parte delle autorità diocesane e della difficoltà a vivere il loro proprio carisma, non si può negare che un eremita preferisca non prendere questi impegni e vivere in fedeltà alla sua vocazione questo genere di vita consacrata. Tuttavia, in questo caso, sarà utile e perfino necessario dipendere da un prete - spesso il confessore dell'eremita - informato delle esigenze di un tal genere di vita. Ma questi non è sempre pienamente informato delle esigenze reali di questa vocazione, né dei progressi possibili in questa vita di silenzio e di solitudine. Il progetto del 1977, a questo riguardo, era piú ampio e piú prudente.
L'impegno dell'eremita poteva essere preso in dipendenza da un superiore religioso competente. Questo superiore può essere, se l'eremita è religioso, il suo proprio superiore. Poteva essere anche un superiore religioso da cui dipende un terz'ordine secolare (4). Il testo del c. 92, par. 2 del progetto del 1977 sembra ammettere questa soluzione. Un fatto è certo: un fedele cristiano può essere eremita, se si conforma alle esigenze spirituali ed esterne che pone oggi il c. 603, par. 1. Ciò esige: una separazione piú rigorosa dal mondo, il silenzio della solitudine, una preghiera e una penitenza continue. Una tale vita consacrata si vive per la lode di Dio e per la salvezza del mondo. Quest'ultimo elemento va sottolineato perché mette in evidenza la dimensione apostolica universale di questo dono a Dio e alle anime che suppone questo impegno (5). Essere eremita nella Chiesa, secondo il c. 603, par. 1, è un tipo di vita ecclesiale; gli impegni presi non sono piú semplicemente privati; se sono presi davanti al Vescovo diocesano, questo carattere ecclesiale è rafforzato.
Attenendosi alla normativa del c. 603, par. 2, un religioso, anche monaco, non sarà riconosciuto canonicamente in modo pieno come eremita senza questa professione di vita evangelica fatta nelle mani del Vescovo della diocesi. Le Costituzioni degli Istituti monastici possono tuttavia prevedere un tale impegno come conseguenza di una professione fatta in un Istituto di vita monastica. In questo caso, queste Costituzioni dovranno essere ben redatte e approvate dalla Santa Sede. Il monaco potrebbe essere eremita sulla proprietà del monastero e, avvertendo l'Ordinario del luogo, al di fuori del territorio del suo monastero, in vista di una piú grande solitudine. Come si vede, il fatto di considerare l'eremita nel Codice è un progresso. Il c. 603 non sopprime tutte le difficoltà. Numerose questioni restano aperte. La pratica spesso risolve meglio certi problemi rispetto alla loro discussione teorica. Notiamo, infine, che un eremita che non è religioso, non diventa «religioso» per il fatto della professione che emette nelle mani del Vescovo; questo contrariamente a quanto considerava il c. 92, par. 2 del progetto del 1977 (6).

lunedì 14 luglio 2008

Dal Santuario diocesano di N.S. di Lourdes

Egregi, sono don Dino Morando della diocesi di Torino, e rettore del santuario diocesano Grotta N.S. di Lourdes a 1000 metri di altezza s.l.m. Annessa al santuario c'è una capiente casa di spiritualità su un terreno di oltre 40.000 metri quadrati di giardini e parco.
Sono rettore da 2 anni, prima ero parroco in una popolosa parrocchia di Torino mirafiori. Ora sono qui, inviato dal mio arcivescovo con il compito di vivacizzare l'utenza. Sono con me 5 suore che asieme al fondatore di tutto il complesso hanno sempre gestito il tutto. Ora sono tutte ottantenni assieme al fondatore 91 enne. Il mio arcivescovo inviandomi mi ha dato anche il mandato di fondare una fraternità maschile per la gestione del tutto, ma non è facile, visto che il seminario diocesano è quasi vuoto. Per prima cosa ho realizzato , vicino alla cripta dell'adorazione , un piccolo alloggetto per un consacrato o consacrata perchè organizzi nell'ambito del Santuario la vita liturgica.
Sto però ancora aspettando di trovare una bell'anima che possa assumere questa parte molto importante.
Oggi leggendo il vostro sito mi son detto: " e perchè non un eremita in questo nostro santuario che è in luogo deserto per più di 6 mesi all'anno ?"
Ci pregherò perchè voi troviate un'anima bella e giusta che venga ad aiutarci a vivere meglio la nostra missione.
Se volete guardare il nostro sito in allestimento www.grottaforno.it.
Saluti e Grazie don Dino

domenica 6 luglio 2008

Sulla vita solitaria

(da un Testo di Thomas Merton)
L'eremita rimane là per dimostrare, con la sua mancanza di utilità pratica e l'apparente sterilità della sua vocazione, che gli stessi monaci dovrebbero avere scarsa importanza nel mondo, o addirittura nessuna. Sono morti al mondo, non dovrebbero più apparire in esso. E il mondo è morto per loro. Sono pellegrini, testimoni appartati di un altro regno. Questo, naturalmente, è il prezzo che pagano per una compassione universale, per una soli­darietà che tutti raggiunge. Il monaco è capace di compassione nella misura in cui è meno coinvolto, e con minore successo, nel­le cose pratiche, perché lo sforzo di avere successo in una società competitiva non lascia tempo alla compassione.
L'eremita ha un ruolo particolare nel nostro mondo perché non ha un posto specifico. Il monaco non è ancora abbastanza un esule. Ecco perché abbiamo bisogno degli eremiti. Il monaco può essere capito e apprezzato. Non appena si paragona il monastero a una "centrale di preghiera", il mondo è pronto a ricono­scergli, anche se a malincuore, un certo rispetto. Una centrale produce qualcosa. E, così sembra, le preghiere dei monaci pro­ducono una specie di energia spirituale. O, per lo meno, i mona­ci si prendono cura delle proprie necessità e guadagnano un pò di denaro. Sono come una presenza confortante. La presenza dell'eremita, quando la si conosce bene, non è piacevole; distur­ba. Egli non sembra nemmeno buono. Non produce niente.
Una delle critiche più diffuse nei confronti dell'eremita può addirittura essere che perfino nella sua vita di preghiera è meno "produttivo". Verrebbe da pensare che nella sua solitudine egli dovrebbe raggiungere velocemente il livello delle visioni, delle nozze mistiche o comunque di qualcosa di sensazionale. Invece può ben essere che sia più povero del cenobita anche nella sua vita di preghiera. La sua è un esistenza fragile e precaria: ha più preoccupazioni, è più instabile, deve lottare per preservarsi da tutta una serie di fastidi, e spesso ne è preda. La sua povertà è spirituale. Pervade interamente la sua anima e il suo corpo, così che alla fine tutto il suo patrimonio è l'insicurezza. Sperimenta il dolore e l'indigenza spirituale e intellettuale di chi è davvero povero. Questa è esattamente la vocazione eremitica, una voca­zione all'inferiorità a ogni livello, anche quello spirituale. E’ cer­to che vi è in essa un pizzico di follia. Altrimenti non è ciò che dovrebbe essere, una vita di diretta dipendenza da Dio, nell'o­scurità, nell'insicurezza e nella fede pura. La vita dell'eremita è una vita di povertà materiale e fisica senza sostegno visibile.
Ovviamente non bisogna esagerare o essere troppo assoluti in questo. L'assolutizzazione in se stessa può diventare una specie di "fortuna" e "onore". Dobbiamo anche tener presente il fatto che l'uomo medio è incapace di una vita in cui l'austerità sia senza compromesso. Esiste un limite oltre il quale la debolezza umana non può andare e in cui la stessa mitigazione entra come una sottile forma di povertà. Può accadere che, senza colpa, l'eremita si procuri un'ulcera proprio come l'uomo normale. E deve bere grandi quantità di latte e forse anche prendere delle medicine. Questo lo sbarazza definitivamente di ogni speranza di divenire una figura leggendaria. Anche lui si preoccupa. Forse si preoccupa anche più di altri, perché solo nella mente di coloro che non conoscono niente della vita solitaria questa appare co­me una vita senza preoccupazioni.

Eremiti metropolitani

Corriere della Sera. 17 agosto 2002
L'ultima tentazione: eremita metropolitano di Vittorio Messori
Ciò che proprio non vogliono è far notizia. Ciò che cercano è il silenzio, la discrezione, il nascondimento: la loro porta resterà chiusa, se voleste bussarvi come giornalisti o anche soltanto come curiosi. Personalmente, ho il privilegio di conoscerne alcuni, qua e là per l'Europa, ma non avrei più alcun accesso alle loro nicchie se infrangessi la promessa di non dare nomi o indirizzi. Comunque, se proprio voleste rintracciarli, non cercateli in luoghi deserti ed inospiti: è più probabile che li troviate nei casermoni delle periferie urbane o nelle soffitte al centro delle metropoli. Parlo degli eremiti. Che sono tornati alla grande, che aumentano ogni anno, anche se pochi lo sanno: com'è ovvio, visto il loro impegno nel passare inosservati. Di loro, invece, sa la Chiesa, che ha deciso di rifargli posto nella sua struttura. In effetti, il Codice di diritto canonico del 1917 li ignorava. Non per ostilità, ma semplicemente perché sembravano far parte di una pagina cristiana lunga e gloriosa ma ormai definitivamente conclusa. Una pagina iniziata prima ancora di Costantino quando, in Oriente, migliaia di credenti fuggirono nel deserto (éremos, in greco) o sulle montagne: grotte, anfratti, capanne si riempirono di solitari in lotta con leoni e serpenti, ma anche con diavoli tentatori. Il prestigio dei loro digiuni, delle penitenze, del silenzio ininterrotto provocava l'afflusso di discepoli e il solitario era spesso forzato ad accoglierli, creando - magari controvoglia comunità cui dare una regola Fu, questo il destino pure di colui che, in Occidente, sarebbe stato all'origine della forma di monachesimo che segnò beneficamente i secoli. In effetti, Benedetto da Norcia esordi come eremita, nello Speco di Subiaco, ma fu stanato e costretto a trasformarsi in maestro e legislatore di cenobi dalla sua stessa fama di santità. Eppure, malgrado il sorgere di migliaia di abbazie, monasteri, conventi, dove la vita religiosa era in comune e istituzionalizzata, molti credenti continuarono a seguire la vocazione all'isolamento, alla solitudine, alla libertà di redigersi essi stessi la "loro" regola. Il Medio Evo pullulò di eremiti, molti dei quali trovavano un sostentamento custodendo cimiteri, ponti, passi montani, fari, santuari. Il declino cominciò con il Concilio di Trento, che diffidò degli anacoreti perché incontrollabili e si concluse con il Settecento dei Lumi e con la Rivoluzione francese che perseguitò questi «parassiti asociali», nonché «oscurantisti fanatici», come li considerava. Nell'Ottocento, l'eremita sarà quasi soltanto un personaggio da racconto romantico, alla Conte di Montecristo, da pittura "gotica" o da opera lirica. All'interno della Chiesa cattolica, la vocazione speciale alla solitudine era stata dei certosini o dei camaldolesi, dove l'isolamento è unito alla comunione con i fratelli nella preghiera e nella conversazione, seppure una sola volta alla settimana. Il silenzio del Codice ecclesiale del 1917 è, lo si diceva, significativo: niente più anacoreti, dunque niente regolamentazione. E invece, questa vocazione - rara ma insopprimibile non era affatto scomparsa ma covava sotto la cenere. Come ha dovuto prendere atto il nuovo Codice, pubblicato nel 1983. Al secondo comma del canone (03 la Chiesa riconosce ufficialmente gli eremiti come "consacrati" se «con voto o con altro vincolo sacro, professano pubblicamente i tre consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) nelle mani del Vescovo diocesano». E se dallo stesso Ordinario del luogo fanno approvare una Regola da essi stessi redatta. Una legislazione "leggera", adempimenti minimi, dunque. Ma com'è giusto e doveroso per una scelta di vita ispirata dall'obbedienza alla Chiesa e alla lettura più rigorosa del Vangelo ma al contempo alla libertà, all'autonomia dei figli di Dio che seguono una vocazione particolare e del tutto personale. Statistiche e inchieste, qui, sono difficili, se non impossibili: anche se individuati (e non è agevole, vista la discrezione estrema) ben di rado gli eremiti rispondono ai questionari e, meno che mai, alle domande orali di qualche ricercatore un po' ingenuo. Malgrado questo, in Francia e in Germania sono stati pubblicati dei libri in proposito. E ora è apparsa la ricerca dei gesuiti americani, sul loro quadrimestrale per consacrati Rewiew for Religious . Bisogna riconoscere che quei religiosi Usa hanno avuto un certo successo: hanno scelto un campione di 600 eremiti, in tutto il mondo, ottenendo 140 risposte. Una miseria per qualunque altra categoria sociale, ma un buon esito per l'anomala categoria degli eremiti. Categoria che, stando a valutazioni attendibili, conterebbe nel mondo almeno ventimila persone: in Italia, tra i mille e i milleduecento, uomini e donne in numero quasi eguale. La grande maggioranza è cattolica, ma non mancano altre confessioni cristiane e altre religioni. In effetti, come è stato osservato, l'anacoreta è il più ecumenico tra i credenti, perché ritrova - vivendoli ogni giorno - i valori che accomunano tutte le fedi: preghiera, penitenza, sacrificio, dígiuno, distacco, contemplazione... Anche tra i neoeremiti italiani sembra valere quanto rilevato dalla inchiesta americana, secondo la quale soltanto un due per cento ha scelto di vivere in grotte o in ambienti del genere, come in scantinati o sotto arcate di ponti. E non è neanche più vero che la maggioranza stia nelle campagne o su monti e colline. In realtà, il maggior numero di eremiti, oggi, è "metropolitano": è la grande città il luogo vero della solitudine, dell'anonimato, del combattimento silenzioso contro i nuovi demoni. Come rileva ancora l'inchiesta americana (ma come già sapeva chi segua simili cose), questa è una scelta da fare in età adulta: la maggioranza dei solitari è tra i cinquanta e i sessanta anni, rarissimi sono quelli sotto i trenta. E' ben noto un antico proverbio: «A giovane eremita, vecchio diavolo». Tutti i maestri di spirito hanno sempre insegnato che una simile vocazione contrassegna una élite di uomini e di donne particolarmente sperimentati. In effetti, non c'e, nell'eremo, il sostegno di una comunità fraterna; la solitudine e il silenzio costanti sono una gioia solo per chi vi sia davvero chiamato; non c'è neppure un abito, un saio, uno status sociale che in qualche modo sorreggano. Non solo: la doverosa povertà si fa spesso miseria, soprattutto per quelli che hanno trovato in città i loro "deserto". Poiché l'anacoreta cercherà di fuggire ogni "dispersione" e, quindi, lavori in fabbriche o uffici, vivrà di piccole cose che può fare tra le sue quattro, modestissime mura. Ma questo non assicura quasi mai un reddito sufficiente per una vita che non scada dalla povertà nell' indigenza. Da qui, l'attesa di molti di avere un'età sufficiente per una pensioncina, per quanto minima, che permetta di coltivare in pace la propria vocazione. In genere, sono più fortunati, per la sopravvivenza quotidiana, coloro che hanno la loro casupola o baracca in campagna. Come testimoniano tutte le esperienze, i primi tempi sono duri, per la diffidenza dei contadini che si chiedono chi sia quel «forestiero» solitario, di solito dall'aria distinta (la maggioranza) che; non riceve visite che non ha né telefono né televisore, che va a letto con le galline e si alza all'alba, che scambia con tutti - Parroco compreso - solo il minimo indispensabile di parole. Così, quasi sempre, la prima visita è dei gendarmi locali, allertati dalle segnalazioni dei vicini. Poi, pian piano, il «forestiero» è accettato come un membro, seppure eccentrico e inafferrabile, della comunità e sul suo davanzale e sulla soglia della sua porta cominceranno ad apparire verdure, frutta, pane, latte, spesso accompagnati da un biglietto che chiede preghiere. Senza contare quanto può dare (di solito, non molto: ma pur sempre qualcosa) il pezzo d'orto di cui molti eremiti "campagnoli" dispongono. Per quanto la maggioranza sia composta da laici, sono numerosi coloro che - preti, frati, suore- giungono alla vita eremitica dopo molti anni in comunità tradizionali. Sono i più fortunati: chiesto, e avuto, il permesso di passare a questa nuova orma di vita, ottengono spesso un aiuto dalla famiglia religiosa da cui provengono. Ma perché una simile scelta? Occorre dire, innanzitutto, che è una scelta (o, meglio, una vocazione, una chiamata) che ha trovato una nuova fioritura per reazione all'ebbrezza "comunitaria", "sociale" che ha travolto molti ambienti religiosi. L'eccesso di insistenza sull'impegno nel mondo e il tracimare delle parole scritte e parlate hanno portato molti, per contrasto, a riscoprire la forza della preghiera e la gioia del silenzio. L'eremita dà la sua vita per cose "inutili" secondo il mondo e, purtroppo, secondo certo efficientismo cristiano attuale. La piccola, semplice regola che egli stesso si scrive - e che, volendo, sottopone all'approvazione del vescovo - prevede soprattutto ore di preghiera, di lettura spirituale, di meditazione. Prevede veglie, digiuni, penitenze, rinunce. Prevede lavori "superflui", come la confezione di rosari o di ostie per la messa o la pittura di icone. C'è, nell'eremita, il rifiuto radicale della logica mondana, per la quale solo l'azione, la politica, l'impegno sociale, gli investimenti economici possono modificare in meglio il mondo. Quanto a lui, ha risposto a una chiamata che gli ha fatto capire sino in fondo che solo chi getta via la sua vita la salva; e che il modo più efficace di amare e di aiutare è seppellirsi nell'anonimato, nel silenzio, nella impotenza, credendo sino in fondo ai misteriosi legami della «comunione dei santi». E' questo, credo, che voleva dire la scritta sul muro che vidi in una stanzetta d'anacoreta in una casa degradata nel cuore di Torino: «Chi va nel deserto non è un disertore». Non un disertore, ma, piuttosto, un credente che, invece che l'attivismo solo apparentemente costruttivo, ha scelto di praticare la forma più alta di carità, nella prospettiva evangelica: la preghiera ininterrotta, per tutti, nella solitudine e nel silenzio più radicali.

Eremiti oggi

Eremi ed eremiti dei nostri giorni Chi sono oggi gli eremiti? Come vivono la loro vocazione? A colloquio con alcuni di loro, che vivono soli davanti a Dio, ma con un cuore universale. (di Sabina Fadel)
Sembravano ormai scomparsi, retaggio del lontano Medioevo. Invece gli eremiti oggi, in Italia, sono oltre trecento. Paradossalmente, fanno pure un gran «rumore»: su di loro di recente si sono scritti articoli, libri, tesi di laurea e, seguendo questo filone, è stato girato addirittura un film di successo, in questo periodo nelle sale. Senza contare le file di persone che li vanno a cercare, per essere ascoltate, o solo per vedere con i propri occhi come anche oggi, nella società della comunicazione, del rumore e dell’apparire, è ancora possibile vivere felici, pur isolati, nel silenzio e nel nascondimento. Ma chi è l’eremita? Difficile dirlo, anche perché non ne esiste una sola tipologia. Anzi, secondo alcuni ci sarebbero tante forme di vita eremitica quanti sono gli eremiti. A scandire le loro giornate è, infatti, una regola personale che deve essere approvata dal vescovo. C’è chi, per esempio, ha scelto di vivere in un eremo aperto all’accoglienza. Chi ha optato per la forma «anacoretica» in senso stretto. E chi ha edificato il suo eremo nel cuore stesso di una metropoli, a pochi passi dalle vie dello shopping. Ne abbiamo incontrati tre. «L’eremita, cuore universale» Mosciano è un delizioso borgo immerso nelle colline sopra Firenze. Poche case tra gli ulivi, raccolte attorno al monastero di Santa Maria degli Angeli e alla chiesetta di Sant’Andrea. Qui, da sette anni, vive in romitaggio don Paolo Giannoni, settant’anni, oblato camaldolese, fiorentino doc. Un passato di docente di teologia spirituale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale e di parroco. Don Paolo si presenta con una spiccata vena ironica, che nasconde un animo delicato e sensibile, capace di straordinaria attenzione agli altri. Lo si capisce da tante piccole cose: i fiori che raccoglie per i suoi ospiti, i biscotti messi da parte per un povero che da qualche tempo bazzica il monastero, la preoccupazione per l’amico anacoreta che da un po’ non sente. Per due giorni don Paolo ci lascia condividere la sua vita, scandita da orari ben precisi, che si sviluppano seguendo i tempi della preghiera canonica della Chiesa, tra la sveglia alle 4 e 30 e il riposo serale alle 21,00. Una rigidità d’orario, che don Paolo è pronto, però, a sovvertire se qualcuno si affaccia al monastero. «Per san Benedetto ogni ospite che bussa è Gesù che viene – spiega l’eremita – e quindi ha la precedenza su tutto. Non ho mai detto a nessuno: “aspetta”». Le persone che lo vanno a trovare lo sanno, per questo accorrono qui numerose. Ma che cosa cercano? «Sartre ne L’esistenzialismo non è un umanesimo – risponde don Paolo – scriveva che il fatto di scegliere una persona e non altre cui chiedere un parere, è già, di per sé, un parere. Quindi, chi viene da un eremita, in realtà ha già scelto di mettersi alla ricerca dell’infinito. Inoltre, le persone sanno che io ho tempo da dedicare loro perché, non avendo nessuno, posso darmi a tutti». Don Paolo è entusiasta del rinnovato interesse di oggi per l’eremitismo. Si commuove addirittura, quando confida di avvertire la vita eremitica come un grande dono. «È una forma di vita che fino a qualche tempo fa, anche all’interno della Chiesa, veniva guardata con un certo sospetto. Oggi, finalmente, si è capito che l’eremita non è un “solo”, ma un “solitario” che è presenza di Chiesa e presenza del mondo davanti a Dio. Proprio in virtù della sua solitudine, del fatto di non essere coinvolto da nessuno in particolare, egli ha la possibilità di farsi coinvolgere da tutti per divenire cuore universale». E aggiunge, quasi sottovoce: «Nel silenzio, nella meditazione, nell’ascolto della Parola di Dio, quando le parole diventano profonde, piene di echi, c’è la possibilità di penetrare meglio ogni cosa, di leggere la realtà per coglierne l’estrema bellezza nonostante tutto». Anche se l’eremita è uno che balla da solo (anà kòresis in greco indica insieme la vita eremitica e il senso della gioia della danza), non è tutto oro ciò che luccica. «Non voglio vivere “il cristianesimo dell’agonia” – sottolinea infatti don Paolo –, ma la nostra vita è fatta sia di momenti molto intensi di creatività e gioia che di momenti di profondo dolore. È un dolore dinanzi al quale l’eremita non ha difese, perché la solitudine fa affiorare il proprio personale Acheronte, il fiume infernale che scorre nelle pieghe nascoste della personalità, che uno vorrebbe non vedere. È un dolore che ferisce, ma che può diventare salmo di lamento da offrire a Dio, e occasione di speranza, perché porta ad affidare la propria debolezza alle mani del Signore, in una straordinaria storia di redenzione». Il cuore è inquieto se non riposa in Dio Arriviamo all’oratorio della Madonna del Tamburino sotto una pioggia... battente. L’ultimo paese – poche case inerpicate sul versante della montagna – l’abbiamo lasciato dieci chilometri prima. L’eremo, cui si accede attraverso una stradina sterrata, piena di buche e scivolosa per il fango, si trova nel cuore di uno dei luoghi più suggestivi della Valdinievole, in provincia di Lucca. Nonostante il tempo da lupi, don Mauro ci aspetta con il sorriso. Vive qui, in completo isolamento, da tre anni. La sua casa è di tre stanze, addossata a una chiesetta del XIII secolo dedicata a Maria Mater Gratiae. Il minuscolo bagno è all’esterno. Don Mauro non ha la corrente elettrica, usa due pannelli fotovoltaici che gli bastano appena per caricare il cellulare (unico contatto con il mondo) e per alimentare un sistema artigianale di depurazione dell’acqua che attinge da un torrente. Vive di provvidenza. La sua casa, però, è accogliente, ordinatissima, molto curata. Povera, ma di una povertà resa bella dall’amore. Don Mauro è allegro, dimostra meno dei suoi 47 anni. Si vede che era una sportivo: «Ciclista per 7 anni», sussurra. Il viso e l’atteggiamento lasciano trasparire un animo puro e semplice; mentre le sue parole raccontano un animo inquieto. Don Mauro, perché una scelta di vita «anacoretica»? «Perché ce l’ho avuta dentro sin da ragazzo. Anche se non l’avevo capito», risponde con una cadenza bresciana che tradisce le sue origini. Don Mauro è stato, infatti, monaco camaldolese. «Entrai a Camaldoli nell’85 – racconta – ma quasi subito capii che quella non era la mia strada. Cercai comunque di adattarmi finché, ormai alle soglie dell’ordinazione sacerdotale, arrivò la crisi, profonda, totale. Ottenuto il permesso di uscire dal monastero, tornai a Brescia. Mi trovai una ragazza e feci anche esperienze molto alternative. Ma il cuore non era ancora contento e così chiesi di rientrare a Camaldoli, facendo, però, un’esperienza di itineranza. Fu durante uno dei miei spostamenti a piedi, in Toscana, che un sacerdote mi concesse l’uso di un eremo situato nella sua parrocchia. Rimasi lì quattro anni e capii che quella era la mia vera vocazione. Così, uscito definitivamente da Camaldoli, rinnovai i miei voti, come eremita diocesano, nelle mani del vescovo di Lucca, venni ordinato sacerdote e destinato in questo piccolo eremo». Ogni anno don Mauro, nei quaranta giorni successivi alla Pasqua, si impegna in un pellegrinaggio. «Parto a piedi, senza nulla, chiedendo ospitalità nei conventi e nelle parrocchie. Non predico, non offro testimonianze preconfezionate: è lo Spirito Santo che mi suggerisce che cosa dire o fare. Per me è un’occasione per annunciare il Vangelo in modo povero, nascosto e silenzioso e per portare al mondo la buona notizia di Cristo risorto, riallacciandomi a un’usanza che vige tra i monaci del monte Athos. Il pellegrinaggio è un modo di vivere l’estraneità, ritornando alla dimensione originaria del cristiano che si sentiva esule e straniero su questa terra. Serve? Non lo so. Ogni tanto ho il dubbio che tutta la mia vita non serva a niente... Ma se guardo con gli occhi dello Spirito, le cose cambiano: un eremita richiama la società al primato di Dio nell’esistenza, a cercare quell’incontro personale con il divino cui ognuno di noi è chiamato».

Eremiti, contestatori dell'anima

Quelli «a tempo pieno» sono da 100 a 200, più altrettanti novizi, ma la loro vocazione risulta in crescita: i monaci metropolitani sarebbero infatti 10 volte di più ed esistono persino gli anacoreti «a intermittenza» che praticano la fuga mundi tra ferie e week end Un sociologo li ha fatti parlare

Di Roberto Beretta

Meglio soli? Sì, qualche volta anche per i cristiani è meglio essere soli: quando un forzato collettivismo sociale induce alla massificazione, per esempio; o allorché l'enfasi post-conciliare sulla comunità abbia come bruciato il fascino di un faccia a faccia con Dio; ma soprattutto se (e soltanto se) lo richieda un'insopprimibile vocazione. Eremiti. In Italia il fenomeno sembra in crescita. Un paio di mesi fa, alle esequie di un eremita, la diocesi di Cesena ha fatto sapere che il posto lasciato vuoto sarebbe rimasto vacante per poco, considerata la lista di richieste giacente in curia. E se Vittorio Messori azzardava nello Stivale l'esistenza di mille o duemila «eremiti metropolitani», nel senso di persone che vivono in solitudine per motivi religiosi e pur in un contesto urbano (proprio nell'ultimo numero il mensile Messaggero di Sant'Antonio ne ha intervistato uno - medico e sacerdote - che da 6 anni vive a Padova, a pochi passi dal centro), da parte sua Isacco Turina, professore all'università di Bologna, ha compiuto di recente un'indagine a campione che lo autorizza in modo più oggettivo (per quanto lo permetta un oggetto che di per sé sfugge i censimenti) a ipotizzare per la Penisola un numero «da 100 a 200 persone che possano definirsi eremiti cattolici a tempo pieno, vivendo da soli o a gruppi di due», oltre a un numero cospicuo di «novizi» o apprendisti. Turina ha iniziato la sua ricerca nel 2003 per la tesi di dottorato in sociologia, presentata l'anno scorso a Padova e dedicata appunto a «La conoscenza dell'eremita». Già è stato un problema trovarli e intervistarli, questi strani tipi: che sfuggono, si nascondono o comunque non gradiscono pubblicità, talvolta addirittura rifiutano il contatto. Il giovane studioso alla fine ne ha scovati una cinquantina (quasi tutti nell'Italia centro-settentrionale: e non perché al Sud non ne esistano, soprattutto in Calabria e Sicilia, ma per praticità di contatti), 37 dei quali hanno poi aderito alla sua proposta d'in tervista. Ne è uscita una sorta di attendibile identikit della fuga mundi del XXI secolo, con caratteri a tratti singolari. Anzitutto l'età: l'eremita moderno è persona matura, nel senso che la media si aggira sui 56 anni e in genere le vocazioni alla vita solitaria si definiscono tra i 35 e i 50 anni. La maggioranza fa poi risalire la sua scelta agli anni Novanta, quindi un'epoca relativamente recente: segno di una «progressione lenta ma indiscutibile» dell'eremitismo.


Le donne sembrano appena più rappresentate degli uomini, mentre la provenienza geografica dei candidati, se non sempre è urbana, non è quasi mai dalla provincia più profonda; con preferenza per Lombardia, Veneto e le aree intorno a Bologna e a Roma, più alcuni stranieri. «A rischio di sembrare caricaturale - annota Turina - mi permetto di affermare che gli eremiti sono gente di pianura», anche se poi spesso salgono sui monti. Il luogo di destinazione - in generale appunto piccoli paesi o siti di montagna (ma solo in 4 casi su 37 non esiste una carrozzabile per raggiungerli) - viene scelto in base alla presenza di «edifici abbandonati da adibire ad eremi» e anche alla disponibilità dei vescovi ad accogliere esperienze non sempre istituzionali. Infatti, se la maggioranza degli eremiti è consacrata (esiste per loro un'apposita norma del Diritto canonico, al numero 603), molti altri si legano solo con voti privati. Di solito le diocesi ospitanti od altri enti ecclesiastici forniscono pure l'abitazione, un appartamento o una canonica disabitata, e spesso i monaci ricambiano occupandosi della custodia e dell'apertura del santuario annesso; solo alcuni invece hanno un eremo personale, magari ristrutturato con le loro stesse mani. Un dato interessante (anche se volutamente non sviluppato nell'indagine) è il fenomeno di quelli che Turina definisce «eremiti a intermittenza»: persone cioè che stanno ancora testando la vocazione alla vita solitaria, magari dedicandovi le ferie o i week-end, oppure che non po ssono ancora permettersi di abbandonare l'attività lavorativa e aspettano magari la pensione (l'eremita-tipo si mantiene con piccoli lavori, in generale artigianato oppure attività redazionali). Fors'anche per questo, al momento i solitari "a vita" provengono «quasi sempre» da precedenti esperienze di vita consacrata: sui 35 intervistati da Turina, solo 5 hanno davvero vissuto da secolari; tutti gli altri sono stati parroci, missionari o comunque religiosi/e. Spesso si tratta di laureati (architetti, medici, un regista, uno scrittore, parecchi insegnanti), tanto da far pensare a persone di buona cultura e con tendenze artistiche, in genere provenienti «da impieghi nel terziario e nel sociale, cioè da quelle "nuove professioni" che richiedono buone capacità relazionali» e competenze aggiornate. E allora, perché lasciano il mondo? Per delusione o stanchezza? Turina osserva che indubbiamente tra gli eremiti di provenienza clericale si nota «un percorso di parziale affrancamento dalle strutture ecclesiastiche». Non sono cioè laici in cerca di una consacrazione, quanto piuttosto religiosi che soffrono di scarsa libertà nella Chiesa. C'è anche chi è passato da vari ordini o congregazioni, prima di orientarsi verso la solitudine, oppure ha vissuto parecchi trasferimenti o ancora ha già avuto diversi periodi sabbatici fuori dal convento: personalità inquiete o "in ricerca", insomma. Ma fors'anche - nota lo studioso - vicine all'idea di flessibilità o al desiderio di farsi una "seconda vita" ormai affermato anche in ambito laico. Si possono distinguere infatti tra gli eremiti «fughe di rinuncia» e altre «di ricostruzione», o meglio ancora i due elementi misti nella scelta della medesima persona; resta comunque nella vita dei solitari un aspetto di «protesta implicita», sia contro l'attivismo ecclesiale sia verso la società.

Così come - d'altro canto - sussiste nella gerarchia una certa difficoltà a comprendere una vocazione religiosa nella quale non sia contemplato il mi nistero attivo. Anche se poi quasi tutti gli eremiti praticano l'ospitalità e sono disponibili al dialogo: spesso con altre persone «marginali» come loro, coppie in crisi, giovani un po' sbandati, cristiani non praticanti nei cui confronti i moderni anacoreti svolgono una sorta di direzione spirituale, chi è prete magari anche la confessione. Perché se manca una rete di collegamento tra gli eremiti (in media ognuno ha contatti informali e molto sporadici con non più di 3 o 4 «colleghi»), però tra loro «sono rarissimi i casi di persone che rifiutano ogni contatto con gli altri». Ovviamente la preghiera è l'attività anche «sociale» prevalente; tutti raccontano delle numerose richieste di intercessione ricevute, uno rivela di aver collocato nel tabernacolo della sua piccola cappella un quaderno su cui annota i nomi di chi gli ha chiesto aiuto. Episodi che inducono il sociologo a propendere per la modernità dell'eremitismo: «Nonostante possa apparire come un fossile riesumato, esso è una vocazione ben intonata al mondo attuale e capace, in futuro, di notevole sviluppo in direzione di un "cattolicesimo d'Intensità"», destinato ad affiancare la pastorale «di massa». Insomma, ricominciare da uno.

Avvenire 28-5-2006

giovedì 3 luglio 2008

Gli eremiti con San Francesco

Gli eremiti con S. Francesco sono nati il 25 Dicembre 2001
ma la intuizione era già germinata nella vita di Viviana Maria Rispoli che viveva fin dal 1996 in una canonica a Monterenzio e contemporaneamente nella mente di Don Augusto, che era vicario parrocchiale a Bologna, senza che si conoscessero.
Nell’Ottobre del 1998 Don Augusto divenne parroco a Savigno, e nello stesso mese Viviana sentì l’ispirazione di recarsi nello stesso paese senza saperne il perché, si stabilì nella Canonica di S. Biagio e cominciò a frequentare quotidianamente la santa Messa celebrata proprio da Don Augusto.
Si cominciò così a legare un filo che ancora oggi porta avanti la loro vita in un progetto che diventa di giorno in giorno sempre più affascinante e fecondo.
Dalla collaborazione con gli eremiti nella parrocchia di Savigno sono nate tante cose belle; si sono avvicendate diverse persone e la storia continua...
Il progetto in sintesi
* Siamo una fratellanza spirituale di persone consacrate al Signore Dio Padre celeste in forma privata con un unico voto di Obbedienza Mistica al Padre ed alla sua Parola.
* Manteniamo lo stato laicale.
* Ciascuno ha la sua propria e peculiare spiritualità e regola di vita.
* Siamo discepoli oranti che accolgono l’invito di Gesù a pregare incessantemente, partendo dalla S. Messa ed il Rosario quotidiani.
* Dove è possibile viviamo nelle vecchie canoniche o in locali attigui alle chiese, per esserne, con la nostra presenza, animatori e custodi.
* Con il permesso del Parroco custodiamo la presenza della Santa Eucaristia, teniamo la chiesa aperta, per accogliere nell’ascolto e nella preghiera coloro che lo desiderano.
* Coloro che vivono nelle canoniche portano un segno esterno da loro scelto come segno visibile di appartenenza a Gesù: fazzoletto, croce, abito… Questo segno non dovrà indurre confusione, gli Eremiti rimangono totalmente laici.
* Gli Eremiti che abitano nelle canoniche o nei locali parrocchiali pagano un regolare affitto e si mantengono con il proprio lavoro.
* Gli Eremiti che vivono in casa propria questa fratellanza, non si sentono meno importanti di chi abita in canonica, ma fanno ugualmente della loro vita un segno forte di fede.
* Pur essendo in casa propria possono diventare comunque animatori di luoghi di culto che il parroco responsabile riterrà opportuno affidare loro per l’animazione e la custodia.
* Ci sentiamo parte viva della Chiesa a partire dalla nostra Comunità parrocchiale.
* Partecipiamo agli appuntamenti comuni dove ci incontriamo per pregare ed esplorare vie nuove di evangelizzazione e di servizio.
* Liberamente scegliamo il Sacerdote col quale condividere la comunione, egli diviene l’assistente del gruppo che si riunisce in un determinato luogo.
* Il Sacerdote darà comunicazione al Vescovo delle attività svolte.
* Quando cresce il numero degli Eremiti e se ne intravede la possibilità si
dividerà il gruppo aggregandone una parte ad un nuovo Sacerdote.
* I referenti sono i Sacerdoti incaricati.
* Si entra a far parte degli Eremiti semplicemente condividendone lo spirito e partecipando agli incontri.
* Non c’è nessuna gerarchia tra i partecipanti ma tutto è affidato alla sapienza e all’inventiva di Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti (Ef.4,6).






Eremiti oggi., il fascino imperituro del "deserto"

di Enzo Bianchi (Avvenire 9/03/08)
Fin dalle origini della vita monastica l’"eremitismo" è letto e interpretato in modo "ambivalente": da un lato lo si considera la forma "eccellente" di vita monastica, adatta a pochi, d’altro lato se ne scorgono i limiti nell’annessa impossibilità a servire i fratelli nel quotidiano e nel rischio di scambiare la volontà propria con quella del Signore.
Proprio per questo la tradizione monastica d’occidente come d’oriente – dalla
Regola di Benedetto fino alla "prassi" contemporanea nel deserto egiziano – ha sempre ritenuto possibile l’approdo alla vita "eremitica" solo dopo un tempo prolungato di vita comunitaria e l’assenso di un padre spirituale. Storicamente così è avvenuto molte volte, continua ad avvenire e sarebbe per certi versi "auspicabile" che sempre avvenisse. Ma anche l’inverso è attestato: quasi tutte le nuove forme di vita "cenobitica" – a cominciare da Benedetto stesso – hanno origine dal ritirarsi nel deserto dell’eremo di un uomo solo, che abbandona tutto e tutti e che soltanto in seguito viene raggiunto da alcuni discepoli per i quali accetta di fare da guida e di stendere una "regola" di vita. Così il "cenobio" nasce spesso da un eremita e successivamente può favorire la nascita di nuovi eremiti, non senza aver prima generato "cenobiti": appare allora tutta la fecondità di questa tensione "dialettica", a volte vissuta o interpretata solo in termini di rivalità o "preminenza". Ma come leggere allora l’attuale "rifiorire" della vita eremitica, proprio in una stagione in cui il monachesimo "cenobitico" conosce una fase di "riflusso" se non di vera e propria crisi? Non c’è il rischio che, in una cultura che subisce la tentazione della religione "fai-da-te", anche la vita di celibato per il Regno subisca l’attrazione verso una forma "plasmata" da ciascuno a modo suo?
Indubbiamente il pericolo è presente, eppure la Chiesa ha sempre conosciuto questa feconda "dialettica" tra "eremo" e "cenobio", e oggi accompagna con vigilanza amorosa il "riemergere", anche in occidente e anche tra le donne, della vita eremitica, che l’oriente cristiano ha sempre continuato ad avere, soprattutto in ambito maschile: pur fortemente minoritaria, com’è naturale che sia, e a volte "discreditata" dall’eccentricità di alcuni suoi esponenti, la vita eremitica ha tuttavia fatto la sua "ricomparsa" sotto diverse forme: da quella più classica del solitario che si ritira in un luogo appartato, all’"eremitismo urbano", vissuto lavorando e pregando nel deserto delle nostre anonime città; dalla riedizione moderna delle "colonie" di eremiti presenti in un’area "limitrofa", alla "reinterpretazione" del carisma "certosino" di profonda solitudine vissuta in un spazio fisico e strutturale fortemente comunitario. Il "deserto" si rivela, ancora oggi, una categoria spirituale più che geografica o fisica: ritirarsi in disparte, non condividere il modo di pensare e di agire della maggioranza, accettare la prova e la privazione per saggiare cosa si ritiene davvero "essenziale", fare silenzio per imparare l’ascolto, custodire la solitudine per saper leggere nel proprio cuore e in quello altrui, sono tutti elementi che alcuni individui – in ogni tempo e in ogni luogo – colgono come propria verità fino ad assumerli come totalità della propria condizione e come segno capace di destare maggiore consapevolezza in quanti a loro si accostano, direttamente o attraverso i loro scritti e le loro parole tramandate.