domenica 1 aprile 2012

IL MONACHESIMO PUÒ RINASCERE

di Adriana Zarri
Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.

Il Molinasso è qui da secoli. Dal seicento, forse da prima. E le mie duemila albe non sono che le ultime - per ora - di una serie lunghissima: milioni di albe, milioni di tramonti, milioni di notti e di meriggi che ne han scolorito la facciata, scrostati i muri e patinati di tempo: quella patina vecchia, preziosa e inimitabile che è come il blasone nobiliare degli edifici antichi e che io mi rifiuto di distruggere, con un restauro. Forse, se anche potessi, non oserei metterci mano. Qui la mia vita è molto semplice; e il lavoro si alterna alla preghiera. (...) Io non vorrei confondervi le idee perché, da troppi secoli, il monaco s’è fatto religioso: si è, cioè, dato una struttura e una costituzione riconosciuta e vigilata dalla chiesa, attraverso i suoi organi ufficiali. Ed è questa struttura, questa gerarchia, questo riconoscimento giuridico che rende i monaci religiosi. Ma la “religiosità”, nel senso detto, non è essenziale al monachesimo. Anzi, all’inizio, il monachesimo nacque laico. Dei normali cristiani sceglievano di vivere in un certo modo - nella verginità, nella preghiera, nella solitudine - ed era tutto. Anche perché, in quei secoli beati, non esistevano ancora il diritto canonico, le congregazioni romane e tutto lo stuolo di ecclesiastici, addetti alla vigilanza di chi intenda vivere la fede in un modo piuttosto che in un altro. Poi queste strutture sopravvennero e i monaci vi caddero sotto. Forse alla chiesa ufficiale parve un bene (e, per un certo aspetto, anche lo fu) metter le briglie alla spontaneità, fare un po’ d’ordine in esperienze molteplici e varie. Però sappiamo anche che l’ordine, la disciplina e la briglia assai sovente sono a scapito dell’inventiva e della varietà. Così il monachesimo acquistò saldezza (ahimè, spesso, anche ricchezza e potenza) ma persi molti valori originari. Si appiattì, si clericalizzò e, a conti fatti, non fu un guadagno. Monaco viene forse da “monos” che significa “solo”: è l’uomo che, nella solitudine, si oppone al rischio massificante delle strutture squadrate e definite: è, in fondo, la fantasia contro il diritto, la poesia contro la normalizzazione, la libertà contro la legge. Un uomo fatto a quel modo, in una struttura codificata e sorvegliata, ci sta stretto, ci sta male, rischia di inaridirsi. E infatti molti rami monastici si seccarono, altri diedero frutti di efficienza, i più robusti sopravvissero con una vena di contestazione: era la fiera eredità dei primi tempi che rosicchiava il freno imposto. (...) In questi ultimi tempi - per rifarsi alle origini e per rispondere a un’esigenza di declericalizzazione tutta moderna - si assiste a un lento e faticoso rinascere del monachesimo laico. È quanto anch’io cerco di fare.

Tratto da “Non sono reverenda” (Cittadella editrice)

venerdì 16 marzo 2012

È possibile un monachesimo laico rimanendo nel mondo?

Il monachesimo, da sempre, è una delle forme più alte di vita ascetica. Sia in Occidente che in Oriente, esso si è manifestato attraverso comunità e forme di organizzazione basate su Regole; in Occidente è nota la Regola Benedettina: il monaco vive in comunità più o meno piccole, in clausura più o meno stretta, nella preghiera e nel lavoro silenzioso. La comunità monastica di solito è autosufficiente e opera il distacco dal mondo anche nei termini pratici.

L’etica cristiana richiede al seguace di “essere nel mondo, ma non del mondo”; ciò significa vivere il non attaccamento, nella vicinanza il più possibile alla fonte e alla parola divine, in sentimento e azione, alternando vita attiva e vita contemplativa. Ora, ci possiamo chiedere se è possibile vivere un monachesimo “laico” nei tempi di oggi, senza fare vita comunitaria in un monastero, e cosa questo comporti nella vita pratica. In concreto: cosa comporta compiere l’azione sacrale, o retta, pur continuando ad assolvere ai propri ruoli sociali, e senza fare vita ritirata, come in un monastero.

Uno dei motivi principali per l’esistenza del monastero è quello di consentire ai monaci la vita comunitaria, cioè il confronto continuo con l’altro e, attraverso questo, la correzione e l’osservazione dell’azione, sotto la direzione esperta di una guida. Così come nel monastero la vita quotidiana è scandita dalla Liturgia delle Ore, la sacralità della vita quotidiana fuori dal monastero è data, oltre che dalla propria meditazione quotidiana, dalla costante autosservazione, dall’incontro con la propria famiglia spirituale e dallo svolgimento di compiti di lavoro sacrale, nei quali si apprende l’arte della retta azione.

Tutto ciò favorisce lo sviluppo delle qualità etiche e dell’attenzione; mediante quest’ultima, si opera a poco a poco la conversione del cuore. Il movimento primario della conversione è la trasformazione progressiva di ciò che è profano in sacro. Profano è ciò che sta davanti al sacro e che attende di essere trasformato in sacro, e sacro è tutto ciò che appartiene alla natura ultima, ciò che è perfetto, puro, divino. L’opera del monaco consiste nel far sì che la sua vita si trasformi in divina; è questa un’opera di purificazione continua, che passa attraverso tutti i livelli dell’essere, corpo, mente, anima e Spirito. Dunque, quali sono le principali difficoltà che un tale monaco “laico” può incontrare nel suo cammino di conversione? Per quanto riguarda la mia esperienza di meditante vedantino, tra quelle che riconosco come presenti nel mio cammino quotidiano, la prima consiste nel riuscire a coltivare e mantenere il silenzio della parola, venendo in continuazione a confronto con persone che vivono nella completa estroversione. La seconda difficoltà consiste proprio nella tentazione dell’estroversione, spesso anche per una reminiscenza di senso di appartenenza alla comunità convenzionale.
Tale seconda difficoltà diviene evidente soprattutto nei periodi in cui si è lontani dalla propria famiglia spirituale. Una terza difficoltà, connessa alla precedente, è quella di riuscire a trovare compagnie e persone adeguate e in linea con il proprio cammino o comunque persone che lo aiutino o quantomeno non lo ostacolino.
Per fare questo, al monaco “laico” si richiede una notevole capacità discriminativa, quindi la capacità di saper dire “no” e di mettere una distanza da persone o situazioni che possono minacciare la propria crescita spirituale. Comunque, l’attrazione verso la mondanità e il bisogno di appartenenza sono due tentazioni continue per l’ego, dunque costituiscono dei banchi di prova per colui che sceglie questo monachesimo “laico”. Probabilmente, quando non si è ancora fortificati e radicati nel proprio cammino o si hanno ancora carenze affettive, la migliore soluzione consiste nel lasciarsi anche andare a situazioni e attitudini mondane, avendo però la capacità di osservare le proprie azioni e reazioni e distaccarsene quando vi si sente troppo trascinati.

Diverso è il discorso dei bisogni, i quali andrebbero soddisfatti quando premono, altrimenti, se insoddisfatti, rischiano di occupare del tutto lo spazio coscienziale, bloccando così il cammino e la crescita spirituale. In definitiva, occorre equilibrare i bisogni e saper attendere pazientemente che essi vengano superati spontaneamente, senza precorrerne il superamento, in quanto questo può creare degli squilibri di tipo psicologico. Inoltre, non bisogna mai abbandonare il cammino e la famiglia spirituale, che costituiscono delle garanzie per la coltivazione e per il mantenimento della forza interiore, quel “commitment” che è impegno costante finalizzato ad un’azione ben precisa: la conversione del cuore e della mente.

Laura Boggio Gilot, in uno dei suoi scritti spirituali1], addita il percorso di un tale essere nel mondo ma non del mondo. Nel cammino spirituale, “dopo una fase di opposizione tipica della vita dell’aspirante, si matura una fase di collaborazione tipica della vita del discepolo: la personalità, diventata più libera ed efficiente, va trasformandosi in un alleato obbediente che non solo non ostacola quella intuita volontà del Sé, ma cerca di raggiungerla in modo tale da perdere il confine tra sé e quella, in un dimenticarsi che lascia spazio a una sola realtà, l’amore della verità vissuta con ardore. Quando queste esperienze accadono a chi non vive nel mondo protetto da un āśram, ma a chi esegue il dharma nella società, si produce quella condizione particolare che è definita ‘essere nel mondo ma non del mondo’, in cui la volontà, il pensiero e il comportamento obbediscono all’accordo con la volontà dell’anima”.




sabato 18 febbraio 2012

Semi di Dio nelle pieghe della storia

Sono oltre un migliaio, soltanto in Italia. Eppure la loro avventura spirituale è perlopiù sconosciuta. Sono uomini e donne, laici e preti, che hanno scelto di vivere la loro vocazione cristiana nella preghiera e nel silenzio, ma evitando ogni fuga dal mondo. Perché l’incontro con Dio passa attraverso i fratelli.

Lo sguardo abbraccia calmo la città indaffarata. Dal terrazzo dell’appartamento la luce filtra sempre più fioca, fino a diventare una macchia scura punteggiata da brillii che si accendono e si spengono. Si è fatto tardi, ma è quasi impossibile dire, senza guardare l’orologio, quante ore siano passate. Nella piccola abitazione rivestita di legno, infatti, il tempo sembra essersi dilatato seguendo ritmi tutti suoi.

Don Michele Fortino trascorre qui la sua giornata, tra contemplazione, studio e preghiera. Dopo anni passati in clausura, nella certosa di Serra San Bruno, ha fatto la scelta di consacrarsi, con l’approvazione del vescovo, come eremita nella città di Cosenza. «A prima vista può sembrare una contraddizione, ma in realtà non lo è. La presenza di un eremita in città dice che l’uomo non è un ostacolo all’incontro con Dio, anzi ne è una via privilegiata. Può esserci, in città, l’accoglienza dell’altro nell’ascolto, senza che si perda di vista la contemplazione, il silenzio, il nascondimento».

La scelta di don Michele è rara, ma non isolata. In Italia, sebbene le statistiche siano difficili da compilare per una categoria che ha scelto di non fare notizia, si contano, in tutto, tra i mille e i 1.200 eremiti. Di essi soltanto un due per cento scarso ha deciso di vivere in grotte e campagne, nel totale isolamento.

La maggioranza, invece, ha trovato il proprio deserto proprio nel cuore delle metropoli.

Il fenomeno è rifiorito negli ultimi decenni, dopo che sembrava quasi scomparso alla fine del Medio Evo. Lo stesso codice di diritto canonico del 1983 deve registrare la loro presenza, mentre quello del 1917 li aveva ignorati. Il canone 603 recita: «Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella continua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo».

E al comma due aggiunge: «L’eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata, se con voto o altro vincolo sacro professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è propria».

Radicamento al Vangelo e obbedienza al vescovo sono i due pilastri su cui si misura la vocazione. Una chiamata che, pur essendo molto personale, non è individualistica. «Ogni eremita ha una sua specificità e un suo percorso», spiega don Michele, «ma è un cammino fatto all’interno della Chiesa e in comunione con i fratelli».

La scelta dell’eremitismo, lungi dal rappresentare una fuga dal mondo, sembra approfondire proprio le relazioni. È una delle conclusioni cui giunge anche lo studioso Isacco Turina che, per la sua tesi di dottorato in Sociologia, ha analizzato diverse esperienze di eremitismo individuale nell’Italia centrosettentrionale.

«Con parenti e amici, ci sentiamo in modo diverso», racconta una delle persone intervistate, «però il legame non si è spezzato, la mia non è stata tanto una separazione quanto uno scendere in profondità nei rapporti. Non si diventa monaci per se stessi, ma per gli altri».

Spesso gli eremiti sono conosciuti nella città o nel paese in cui risiedono. La gente si rivolge a loro per consigli, per una direzione spirituale o anche solo per unirsi, in certe ore della giornata, in una preghiera comune. In questi casi essi costituiscono un segno visibile – nonostante il carisma del nascondimento – e un richiamo continuo alla conversione, alla pausa, al ricalibrare la propria vita rimettendo al centro Dio. A volte, però, non si sa nulla della loro esistenza. Vivono nascosti fino in fondo, come «semi radicati nelle pieghe della città e nella storia degli uomini», dice don Fortino.

In tutti i casi una chiamata come quella degli eremiti in città tiene insieme, spiega padre Domenico Maria Fabbian, «una vera esigenza di solitudine e, nello stesso tempo, una disponibilità a fare la propria parte per edificare nella carità, per ascoltare». Eremita a Padova dal 2000, padre Fabbian sottolinea che «il motivo che giustifica la nostra presenza in città è che rappresentiamo il caso più spinto di qualcuno che pratica una "economia" dei rapporti umani – in termini di incontri, di lavoro, di uso delle cose – nel luogo, ossia la città, dove, invece, c’è il massimo di relazioni e il massimo di cose da fare, da vedere e da vendere. Al centro di questa realtà in cui si concentrano tutte le possibilità dei beni umani – con il rischio di dimenticare Dio –, al Signore piace mettere un richiamo al senso della vita, a qualcosa di diverso da ciò che si fa tutti i giorni. L’eremita, in un certo senso, rappresenta una specie di campanello e di provocazione».

A scandire la giornata di ciascuno è la propria regola. Ogni eremita ne elabora una, che viene approvata dal vescovo della diocesi in cui ci si insedia. Proprio grazie a questa approvazione e alla professione dei voti – che spesso è pubblica – si possono registrare alcuni dei pochi dati disponibili su questa categoria molto difficile da inquadrare.

Dalla lettura delle diverse regole che ciascuno si dà sembra chiaro che, pur nella diversità delle esperienze, per tutti sono centrali la preghiera e il silenzio. C’è poi chi ha inserito tra le norme da seguire quella di non dormire mai fuori dalla propria abitazione e chi invece ha previsto di poter trascorrere per necessità e sempre con l’approvazione di un superiore, anche qualche giorno lontano dalle mura domestiche; chi accoglie gruppi di preghiera silenziosa durante alcune ore della giornata e chi si dedica alla direzione spirituale e alle confessioni; c’è chi ha la posta elettronica e comunica sporadicamente tramite internet e chi ha deciso invece di non possedere il computer; chi si lascia fotografare – se pure a certe condizioni – e chi non concede neppure un’intervista senza registratore; chi usa la segreteria telefonica come filtro per le chiamate e chi risponde al cellulare in alcune ore della giornata.
Gli esempi potrebbero continuare, numerosi quanti sono gli eremiti e le eremite italiani.

Divisi quasi a metà tra uomini e donne, coloro che scelgono questa forma di vita hanno, nella maggioranza dei casi, tra i 50 e i 60 anni. Quasi sempre si tratta di laici, anche se non mancano sacerdoti, suore e frati. E quasi sempre passano anni prima che la scelta venga realizzata. «Ho preso in considerazione questo tipo di vocazione quando avevo 30 anni», dice una eremita, «ma è passato molto tempo per il discernimento. Ho avuto una direzione spirituale, ho provato se questa poteva essere la vita a cui ero chiamata, ho pregato. Si tratta di un impegno serio che si può portare avanti solo se è davvero la propria vocazione. Non si sta in solitudine per forza di volontà, ma perché si è pieni di una Presenza».

«La vocazione eremitica», scriveva tempo fa Civiltà cattolica, «richiede persone che abbiano sperimentato la vita, psicologicamente equilibrate, capaci di rinunciare a una qualsiasi comunità e di rimanere nella gioia senza gli aiuti che una comunità solitamente offre: sicurezza, status sociale, abito, lavoro, comunione fraterna». Proprio per questo l’età non è un elemento di secondaria importanza. Inoltre, aggiunge padre Fabbian, «va considerato anche l’aspetto economico: vivere in città ha un suo costo. Per chi è sacerdote e può ricevere l’aiuto dall’istituto per il sostentamento del clero, le cose sono più semplici, ma per i laici – uomini e donne – la scelta diventa quasi proibitiva. Spesso c’è chi aspetta l’età minima per avere una piccola pensione per poter vivere da eremita, mentre dopo una mezza giornata di lavoro dedicano al silenzio e alla contemplazione il resto della giornata».
Nella diocesi di Padova si stanno studiando alcune soluzioni che potrebbero rendere le cose più semplici: una sorta di collegamento tra eremiti e lavori part-time. Nella città del Santo vocazioni come questa sembrano meno rare che altrove, ma in realtà la differenza geografica non è poi così netta. Nel recente passato era più facile che le vocazioni sorgessero nelle regioni più estreme piuttosto che nel cuore di quello che era un tempo lo Stato Pontificio. Ma anche questo sta cambiando.

Spiega una eremita: «Il Signore chiama dove vuole. Forse prima era più radicato un certo sospetto, nato con il Concilio di Trento, nei confronti di queste figure che apparivano meno controllabili di altre. Nelle regioni più vicine a Roma può essere rimasta una eredità che ha reso un po’ più difficile riconoscere queste vocazioni.
Ma è una realtà che fa sempre di più parte del passato. Eremite ed eremiti si possono trovare ovunque. Magari nel nostro stesso quartiere, accanto al nostro palazzo».

Quartieri che sono sempre più anonimi e desolanti, dove spesso chi vive da solo non lo fa per scelta. «Anche per questo è importante la nostra presenza», sottolinea padre Fabbian. «In una città come Padova, dove un terzo dei nuclei abitativi è composto da single, ci sono molte persone che subiscono la solitudine. La presenza di qualcuno che sceglie l’isolamento, ma che è sereno, è un segno di speranza per tutti. Il solo fatto di esserci dice agli altri che anche chi è solo non è destinato a una vita triste e non è destinato a essere fallito nella vocazione fondamentale di ciascuno che è quella all’amore».

«Il cuore della vita eremitica», aggiunge un altro, «non è la solitudine. Essa è sempre in funzione dell’incontro». «Che è innanzitutto incontro con il Signore», aggiunge Anna Maria Pucci, un tempo maestra di scuola materna e oggi eremita in una cittadina toscana a pochi chilometri da Firenze. «La mia giornata è scandita da questa relazione con Dio. Il mio tempo è dedicato completamente alla preghiera e alla vita manuale. Ma la maggior parte delle ore le trascorro nella cappella dove faccio anche adorazione». Anna Maria, come la maggioranza degli eremiti non ama parlare con i giornalisti, né farsi fotografare: «Lo trovo in contraddizione con la scelta che ho fatto», spiega gentile, «e poi non faccio nulla di straordinario, la mia vita è molto semplice».

Anche per lei la scelta non è stata repentina: «È stato un cammino nel tempo», dice, «piano piano mi sono resa conto che il Signore mi chiedeva di dedicarmi alla preghiera solo per lui. Il tempo è necessario perché bisogna avere certezza della volontà di Dio. Altrimenti diventa un discorso personale, quasi di buona volontà.

E questo non basta».

«È un po’ l’esperienza di tutti», osserva ancora padre Fabbian. L’eremita padovano ricorda di essere arrivato alla decisione definitiva dopo aver frequentato per qualche tempo il seminario minore e poi una comunità. Sono seguiti gli anni di medicina, il fidanzamento, un’esperienza di lavoro in Francia, l’incontro con la fraternità di Gerusalemme, che pratica l’eremitismo nel cuore di Parigi. «Solo dopo molto tempo e molto cammino di discernimento da quella prima voce che avevo sentito sono stato sicuro che Dio mi chiamava proprio a questo e che mi chiedeva questa economia delle relazioni umane. Mi sono reso conto che la mia scelta eremitica è stata il frutto di una potatura: dal modo in cui ho vissuto i rapporti familiari già da bambino frequentando il seminario, al tempo del mio innamoramento, alle relazioni con i miei amici, con i colleghi di lavoro, con gli stessi compagni che avevo in comunità».

Oggi padre Fabbian esce di casa una volta alla settimana per fare la spesa e tutti i pomeriggi per andare a confessare nella chiesetta vicina alla sua abitazione. Per arrivarvi si serve di un sottopassaggio, per fare tutto nella massima discrezione. A lui si rivolgono in tanti per la direzione spirituale, come capita un po’ per tutti gli eremiti che sono anche sacerdoti. In questo caso la scelta è anche maggiormente compresa e condivisa dalla città.

Più difficile è invece la situazione delle donne. Soprattutto perché maggiori sono le difficoltà economiche. E poi anche per una maggiore incomprensione dell’ambiente esterno: «La nostra vita non sempre è capita», conferma Anna Maria: «Tanti si chiedono perché non facciamo attività apostolica e qual è il senso della nostra solitudine. È difficile comprendere che la mia scelta di essere eremita, ma all’interno di un centro abitato, significa poter avere un rapporto profondo con Dio e, nello stesso tempo, poter avvicinare le persone per comunicare questo spirito di preghiera».

Il deserto nella città, caro a Carlo Carretto e alla famiglia di Charles de Foucault non è un’utopia o una scelta "bizzarra", come qualcuno pensa. «A volte sono i sacerdoti che non capiscono la nostra scelta, mentre i laici sono più contenti di poter finalmente parlare con qualcuno che non guarda l’orologio», dice un altro eremita.

«In ogni caso», conclude don Fortino, «questa scelta risente anche di un cambiamento di orizzonte rispetto all’uomo. Così come è cambiata la considerazione del corpo, un tempo giudicato un appesantimento per l’anima e invece oggi considerato il luogo dove l’anima si esprime, la stessa rivalutazione c’è stata per la città e per tutta l’umanità: la nostra scelta dice che attraverso l’uomo si arriva a Dio. E poi l’eremita porta su di sé le contraddizioni della città vivendoci in mezzo. Va al centro della battaglia, ma nel nascondimento, non organizzando una pastorale o un’attività specifica, ma semplicemente "stando"». Avendo come immagine la Samaritana ferma al pozzo con Gesù, «paradigma», si legge sulla regola di un eremita recentemente consacrato dal proprio vescovo, «di ogni scelta monastica che non si preoccupa delle cose transitorie di questo mondo per concentrarsi su ciò che porta alla vita eterna».

Annachiara Valle

(da:Jesus 4 aprile 2005)

venerdì 10 febbraio 2012

L'eremita - La Vocazione della Solitudine

(da: http://kattolika.myblog.it)

Prima di tutto la loro è una scelta controcorrente. «La solitudine di cui oggi si ha terribilmente paura viene desiderata e inseguita dall’eremita che rovescia questo timore e cerca ciò che gli altri fuggono», spiega Isacco Turina, ricercatore di sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna, che negli anni scorsi ha compiuto un’indagine sui «monaci del silenzio» in Italia.

Una vita, quindi, consacrata alla lode di Dio e "lontana" dalla routine. «Al centro – afferma il ricercatore – c’è sempre la preghiera che ha il suo fulcro nella liturgia delle ore. Ad essa si aggiungono la meditazione, la lettura, l’eventuale incontro con chi giunge per una visita e a volte la direzione spirituale». Già, perché la "fuga mundi" non è sinonimo di "clausura". «Diciamo che l’eremita di oggi non si estranea sempre dai rapporti sociali. Ma privilegia la qualità degli incontri alla quantità». E spesso accade che a lui (o a lei) si rivolga l’uomo in ricerca. «È vero – sostiene Turina – che gli eremiti costituiscono poli di attrazione per coloro che muovono i primi passi in un itinerario di fede».
Ed ecco un loro possibile identikit. «Si tratta di una persona che inizia il suo cammino eremitico fra i 30 e i 50 anni. Prima di arrivare a un assetto definitivo, segue un percorso che dura anche venti anni in cui la sua vocazione adulta ha modo di plasmarsi su parametri spirituali che vengono ritagliati anche in base alla storia personale». Non è un caso che «molti degli eremiti in Italia siano stati in precedenza parroci, missionari o religiosi che appartenevano a precise congregazioni». Così quando si fa riferimento ai solitari della fede, si può parlare di «rinnovata vocazione» perché, sottolinea il sociologo, «avvertono una chiamata contemplativa che si sovrascrive a passate esperienze di vita attiva all’interno della Chiesa».
Certo, i nuovi asceti del terzo millennio non passano le giornate soltanto sul monte. «Le loro dimore – racconta l’esperto – possono essere edifici abbandonati che ad esempio vengono concessi da un vescovo, antichi eremi da risistemare, abitazioni in un paese o in città». E infatti ci sono anche gli eremiti metropolitani. «È un’esperienza più comune di quanto possa apparire. Dato lo stile di vita della città odierna dove di fatto molti già vivono da eremiti, c’è chi decide in modo preciso e consapevole di avere un’esistenza con pochi rapporti che proprio la metropoli favorisce. Va detto comunque che l’eremitismo di città era già presente a Costantinopoli in epoca medievale e lo prevedeva il monachesimo orientale».
Frédéric, 52 anni, proviene dalla Francia ed è arrivato in Calabria 31 anni fa: «Quel primo incontro col Sud ha letteralmente sconvolto il giovane borghese francese che ero – dice –. E quello sconvolgimento ha aperto un varco nella mia anima. Varco nel quale ha potuto penetrare la grazia di Dio». Perché la scelta della vita eremitica? «La mia non è stata una scelta. Semmai un prendere atto. Mi spiego: quando nel dicembre del 2002 incontrai padre Giancarlo Maria Bregantini (allora vescovo di Locri-Gerace, ndr) non parlai di vita eremitica, ma di vita monastica fatta di preghiera, lavoro e accoglienza. Volevo solo riprendere lo stile di vita vissuto per dodici anni presso la fraternità monastica di Santa Maria delle Grazie a Rossano Calabro. Certo, ero ben cosciente del fatto che ero da solo. E poi non mi concepivo come eremita. Fu soltanto col tempo che mi sono scoperto chiamato al deserto. Così mi sono dovuto arrendere all’evidenza: un monaco che vive da solo, si chiama eremita! Ma Dio solo chiama e la sua chiamata non è né potrà mai essere mia».
Cosa può dare alla Chiesa di oggi l’eremita? «La vocazione monastica (e a maggior ragione quella eremitica) è dell’ordine del sovrappiù, del gratuito, dell’inutile, nel senso di non riducibile all’utile. Ed è proprio perché appartiene a questo ordine della grazia che paradossalmente sta nel cuore della Chiesa. Si capisce perché non è possibile dire cosa può dare l’eremita alla Chiesa. Certo, si potranno sempre elencare i nomi delle persone accolte, il lavoro svolto, la cultura alimentata, ma l’essenziale non sta qui. L’essenziale non è dell’ordine della quantità».