venerdì 30 settembre 2016

Nuove comunità monastiche nella Chiesa

di Francesco

Storicamente il monachesimo nasce nel IV secolo quando il cristianesimo, divenuto religione di stato, tende a perdere il carattere profetico e radicale delle origini.
Alcuni cristiani cominciano a ritirarsi nella solitudine del deserto. Sono semplici laici che desiderano vivere la fede in modo più radicale. E semplici laici saranno i primi monaci solitari come Antonio, Paolo Eremita e gli iniziatori del monachesimo cenobita come Pacomio, Benedetto e Basilio.
Col trascorrere dei secoli il monachesimo occidentale, a differenza di quello delle Chiese orientali, tenderà a perdere il suo carattere laicale a causa di una progressiva clericalizzazione.
A partire dal Concilio Vaticano II nella Chiesa latina è in corso una profonda riflessione  sul significato più autentico del monachesimo. Valori tipicamente monastici come il rapporto intimo con Dio, la ricerca di un equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato all’interiorità, al silenzio e alla contemplazione, interessano non più soltanto i monaci ma un vasto numero di credenti.
Gli stessi ambienti monastici istituzionali hanno rilevato che esistono oggi  nel mondo: persone che vivono un monachesimo nelle forme tradizionali cioè all’interno di qualche ordine religioso; persone che si consacrano alla vocazione monastica in modo visibile ma altrettanto libero da vincoli di natura giuridica, senza cioè legarsi ad una particolare istituzione; infine persone che vivono la dimensione monastica come dimensione fondamentale anche se non esclusiva della loro vita. Questi ultimi in particolare, accentuano quello che può definirsi “l’archetipo monastico”, cioè una dimensione profonda della ricerca dell’intimità con l’Assoluto che è presente in ogni essere umano.
La vita monastica non è altro che la vita religiosa ridotta all’essenziale fondata esclusivamente sul Vangelo. Ciò che la caratterizza e che la differenzia dalla vita comune dei fedeli è generalmente il celibato monastico, anche se, come si vedrà, non è oggi sempre del tutto così.
Nel corso dei secoli la Chiesa ha visto sviluppare diverse forme di monachesimo; in primo luogo le due principali tendenze dell’eremitismo da un lato e del cenobitismo dall’altro. L’Occidente ha visto poi la nascita di molti ordini religiosi frutto sia dei particolari carismi dei fondatori sia a causa di riforme rese necessarie dagli eventi storici.
L’Oriente cristiano viceversa ha mantenuto una maggior libertà carismatica senza vedere il proliferare di una moltitudine di ordini religiosi. Ed è stata proprio la Chiesa ortodossa a sottolineare in modo particolare la natura essenzialmente “monastica”  del cristianesimo in quanto tale.
La spiritualità della Chiesa ortodossa è infatti essenzialmente contemplativa e tutti i credenti sono uguali di fronte a Dio in virtù del battesimo. A testimonianza di questo fatto il rito del battesimo nella tradizione orientale è caratterizzato da un simbolismo simile a quello che si svolge nel momento dell’ordinazione presbiteriale, nell’ordinazione a Lettore ed infine nel momento in cui un fedele entra nella vita monastica.
Nella spiritualità ortodossa è quindi presente l’idea di un “monachesimo universale” che si affianca al “sacerdozio universale” (o regale) dei fedeli che,una volta battezzati, non appartengono più al mondo pur rimanendo in esso.
La tradizione monastica cristiana sia in Oriente che in Occidente ha offerto nel passato come oggi alcuni mezzi quali la conversione continua, l’ascesi, la preghiera, il silenzio. Tali mezzi, come sottolinea con più incisività la spiritualità ortodossa, sono validi per tutti i cristiani, indipendentemente dal proprio stato di vita.
Oliver Clement, un teologo ortodosso scomparso di recente ha affermato che nella Chiesa ortodossa esiste una sola spiritualità cioè quella monastica e che: “Ogni fedele, simbolicamente tonsurato all’atto del battesimo, deve partecipare a suo modo a questa spiritualità, e parecchi teologi contemporanei parlano a questo proposito di “monachesimo interiorizzato” (il matrimonio non fa problema perché la castità designa l’integrità spirituale, e il matrimonio può dunque essere casto)[1]
Tale interpretazione verrà fatta propria ed elaborata anche in ambito cattolico dal mistico fiorentino Divo Barsotti e, più di recente, da molti teologi di Chiesa.
Partendo dal presupposto dalla coincidenza dei valori monastici con i valori essenziali del Cristianesimo, molti fedeli anche in Occidente hanno riscoperto negli ultimi decenni l’importanza di alcuni elementi della tradizione come ad esempio la lectio divina, la preghiera liturgica delle Ore e la meditazione  intesa non come riflessione mentale o come immaginazione ma come presenza silenziosa.
Questo fatto ha portato molti laici a frequentare più o meno regolarmente i monasteri, luoghi in cui le fonti della tradizione si sono preservate nel tempo, partecipando a incontri, ritiri e alle funzioni liturgiche dei monaci.
Va detto però che gli ordini monastici più antichi fanno talvolta fatica a dare risposte soddisfacenti a chi bussa alle loro porte. Al contrario le nuove comunità monastiche e contemplative sorte in tempi recenti, creano inedite forme di aggregazione, permettendo ai laici di vivere i valori monastici con modalità diverse che possono variare da comunità a comunità.
Tra queste comunità quella che per prima ha aperto le porte anche ai laici è la Comunità dei Figli di Dio fondata dal citato Divo Barsotti alcuni anni prima del Concilio Vaticano II. Essa si ispira al monachesimo sia occidentale che orientale ed è formata da quattro rami; uno di religiosi che vivono in piccole case di vita comune e gli altri da laici che vivono nel mondo.
Il carisma della Comunità è quello di vivere una vita cristiana all’insegna di un “monachesimo interiorizzato” aperto a tutti, teso al riconoscimento del primato di Dio e volto all’accoglienza di chiunque si senta chiamato a vivere la vita contemplativa senza necessariamente entrare in un monastero.
Il monaco”, scrive Barsotti,”è l’uomo che vive radicalmente questa ricerca del fine ultimo. Vi è dunque una certa equivalenza fra ogni uomo che veramente viva la sua vocazione e il monaco. Il vero monaco non è che il prefetto cristiano”.[2]
Per più di quarant’anni D. Barsotti nei suoi scritti, molti dei quali dedicati ai membri della Comunità, ha sottolineato l’importanza della vita contemplativa e della preghiera quale vocazione più alta e profonda di ogni cristiano. Accanto alla preghiera liturgica egli ha sempre fortemente raccomandato la Preghiera di Gesù come forma di orazione personale più alta.
Essere monaco per Barsotti è in primo luogo uno stato personale, carismatico, in cui realizzare la piena unità infranta dal peccato superando così la divisione tra noi e Dio e la divisione tra gli uomini.
Tra le nuove  realtà monastiche più conosciute nate dopo il Concilio un posto di rilievo occupa la Fraternità Monastica di Gerusalemme.
La caratteristica principale di questa comunità consiste nel vivere l’ideale monastico nelle città, non separandosi dagli uomini, ma condividendo con loro i diversi aspetti della vita quotidiana.
I monaci e le monache vivono in appartamenti presi in affitto e dividono la giornata tra la preghiera liturgica e personale in una chiesa della città, l’accoglienza, il silenzio e un lavoro svolto a tempo ridotto fuori della comunità.
Il Libro di vita, scritto dal fondatore padre Pierre Marie Delfieux,  costituisce la regola di vita delle Fraternità di Gerusalemme che comprendono singole fraternità cenobitiche di monaci e monache, sorelle e fratelli di vita solitaria e fraternità laiche che si riuniscono regolarmente per pregare insieme.
Un’esperienza più recente di “monachesimo nel mondo”, è quella della Fraternità Monastica di Emmaus, nata nel 1996 ad opera di alcune laiche desiderose di vivere nella normale quotidianità, una vita ispirata agli ideali del monachesimo benedettino.
Le quattordici donne che oggi compongono la Fraternità vivono separatamente in diverse città italiane. Ognuna vive da sola e si organizza l’orario della giornata ponendo al centro l’Eucaristia, la liturgia delle Ore, la lectio divina e la preghiera personale. Le sorelle si incontrano una volta l’anno in un ritiro per confrontarsi sul cammino intrapreso.
Le tre fondatrici della Fraternità furono ispirate nel loro cammino da una frase del monaco Silvano del Monte Athos : “Verrà un’epoca in cui i monaci giungeranno alla loro salvezza vivendo in mezzo alla gente”.
Mosse da questo ideale, le tre amiche cominciarono la loro avventura che ancora oggi continua. E’ interessante osservare che la Fraternità, all’insegna di una piena libertà carismatica, non ha per scelta alcun riconoscimento giuridico.
Esperienza simile a quella di Emmaus è quella vissuta dalla fraternità La Tenda del Magnficat. Anche questa è formata da alcune semplici laiche che hanno scelto di vivere un “monachesimo nel mondo” la cui principale caratteristica è la Parola di Dio incontrata e condivisa nelle case.
I membri della fraternità vivono una forma di vita quasi eremitica in appartamenti di città come in lauree contemporanee, dedicandosi alla preghiera soprattutto solitaria, alla lectio personale, al lavoro svolto in mezzo agli uomini e alla visita delle famiglie.
Se le comunità brevemente descritte si ispirano ad un monachesimo più tradizionale, tra le nuove forme di vita contemplativa si devono segnalare alcune realtà che hanno come caratteristica principale quella di essere formate quasi esclusivamente da laici che mettono al centro della loro esperienza la pratica della meditazione profonda.
La Comunità dei Ricostruttori nella preghiera è una nuova comunità nata agli inizi degli anni ‘80 ad opera del padre gesuita Gian Vittorio Cappelletto. Essa è’stata riconosciuta ed approvata dalla Chiesa nel 1993 ed è formata da monaci di vita comune e da laici esterni. L’inizio del movimento coincide con la ricostruzione dell’antica chiesa templare di Sant’Apollinare, nel Vercellese.
Padre Cappelletto fu iniziato alla meditazione e al tantra yoga dal maestro indiano Anandamurti, fondatore di un nuovo movimento religioso indiano chiamato Ananda Marga. Sotto la guida del monaco indiano, il gesuita apprese un metodo di meditazione profonda e diverse tecniche ascetico-mistiche che successivamente furono riproposte quasi integralmente prima nei suoi corsi e poi nella Comunità.
Il fulcro delle attività del movimento ruota intorno alla “meditazione profonda” che i Ricostruttori identificano con un antico metodo di meditazione della tradizione cristiano-orientale; esicasmo.
Le attività dei Ricostruttori, (corsi di meditazione, conferenze, corsi di terapie alternative, ecc.) si svolgono nei numerosi centri che sorgono sia in città che in campagna e sono finalizzate, oltre che alla diffusione della preghiera profonda, ad avvicinare persone lontane dalla Chiesa o dalla vita religiosa in genere.
Nell’approccio totale alla persona, entità formata da corpo, anima e spirito, sono sorti anche studi medici dove operano specialisti in terapie alternative quali l’omeopatia, l’ayurveda, l’iridologia, l’agopuntura,la  naturopatia, la musicoterapica ecc.
Formata esclusivamente da laici sotto la guida del padre benedettino Laurence Freeman, è la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana (WCCM).
La Comunità nacque all’indomani di un seminario dedicato a John Main svoltosi nel 1991 a New Harmony nello stato dell’Indiana, in cui relatore di eccezione era padre Bede Griffiths, il famoso sannyasin cristiano che ha vissuto gran parte della sua vita in India.
J. Main ha dedicato quasi tutta la sua vita monastica, fino al 1982, anno della morte, nel diffondere la meditazione silenziosa sia in ambienti monastici che tra i laici.
Il metodo da lui insegnato si ispira alla “preghiera pura” diffusa in Occidente nel IV secolo dal monaco Giovanni Cassiano che l’aveva appresa direttamente dai Padri del Deserto.
J. Main fu iniziato alla meditazione da un monaco indiano anni prima in Malesya, dove, non ancora divenuto monaco, prestava servizio per il Ministero degli Esteri britannico.
Entrato in monastero nel 1958, avendo ormai fatto della meditazione una disciplina quotidiana, nel 1977 fondò in Canada una comunità benedettina che aveva come scopo principale la pratica e l’insegnamento della meditazione cristiana.
L’attenzione al mondo dei laici fu in J. Main, così come in B. Griffiths, una costante sempre presente. Tale attenzione si realizzò con la frequentazione della comunità monastica da parte dei laici e successivamente, con il diffondersi di gruppi settimanali di meditazione, oggi diffusi in ogni parte del mondo.
Il legame con la comunità monastica e con la Comunità Mondiale per la Meditazione si è concretizzato negli anni, anche dal punto di vista istituzionale, attraverso l’antica forma dell’oblazione benedettina. Molti meditanti infatti si vincolano spiritualmente alla Comunità Mondiale divenendo oblati, inserendosi così nell’alveo dell’antica tradizione monastica e, allo stesso tempo, facendo della meditazione il centro della loro vita di preghiera.
Le nuove comunità monastiche e contemplative fin qui brevemente descritte, esprimono solo un piccolissimo spaccato di una realtà molto più vasta che è in continuo divenire ormai da diversi decenni e la cui vitalità “…deve essere vagliata dall’autorità della Chiesa, alla quale compete l’opportuno esame sia per saggiare l’autenticità  della finalità ispiratrice, sia per evitare l’eccessiva moltiplicazione di istituzioni tra loro analoghe col conseguente rischio di una nociva frammentazione in gruppi troppo piccoli…”[3]
Molte esperienze hanno avuto vita breve o si sono estinte in seguito alla morte del fondatore. Certamente esse sono il frutto delle nuove esigenze spirituali nate all’interno della Chiesa soprattutto all’indomani del Concilio Vaticano II.
Le nuove comunità hanno in genere un carattere prevalentemente laicale e si richiamano tutte indistintamente all’ideale della comunità apostolica delle origini.
Tra le nuove comunità molte possono definirsi di tipo monastico sia perché non hanno fini di apostolato specifici, sia per il riferimento esplicito alla tradizione monastica. Un aspetto infine comune a tutte le nuove comunità è l’importanza fondamentale attribuita alla vita contemplativa che si esprime sia nelle forme più tradizionali che in forme innovative spesso influenzate da tradizioni religiose non cristiane.

(da: Appunti di Viaggio, 113, Ottobre 2010)


[1] O.CLEMENT, La Chiesa ortodossa, QUERINIANA, Brescia 1989, p.13.
[2] Monaci, in “Notiziario” 6 (feb. 1998), p.36.
[3] Esortazione Apostolica “Vita consacrata”, p.33.

martedì 27 settembre 2016

Anche l'eremita ha il profilo Facebook, la solitudine non è più la stessa




Rachel Denton è un’eremita cattolica. Vive in una cittadina della contea inglese di Lincolnshire. E dal 2002 ha scelto di stare lontano dalla società. “In solitudine e in silenzio”, per il resto della sua vita. Ma non lontano da Internet e i social network. Ha un profilo Twitter, @hermitrachel, aperto nel 2010. «I tweet sono rari ma preziosi!», scrive. Due profili Facebook. E anche una pagina Linkedin, dove si può trovare il suo curriculum, da quando era insegnante a Cambridge fino alla scelta dell’eremitaggio.
Per entrare in contatto con Rachel, non serve raggiungerla nella sua casa in mezzo al verde e alle galline. Come “eremita moderna”, Rachel ha un indirizzo email, dal quale risponde di tanto in tanto. «Era il 2002, dovevo guadagnarmi da vivere», racconta. «Mi ero già interessata alla calligrafia. Sembra perverso per un’eremita, ma amo le parole! In un mondo che vende parole prive di senso, la calligrafia è un modo per rallentare tutto e dare identità a ogni singola frase. Così ho cominciato a tenere lezioni di calligrafia. Da qui poi è nata l’idea di vendere le mie opere, e Internet si è rivelata uno strumento utile».
Fino all’“illuminazione” dei versi scritti nel 1974 dal frate benedettino Raphael Vernay: “L’eremita è un pioniere... la vocazione eremitica, almeno embrionalmente, si trova in ogni vocazione cristiana... è necessario che la Chiesa e la società facciano qualcosa perché questa sia realizzabile, in modo che ciascuno possa almeno toccarla, anche solo con la punta del mignolo”.
Internet e i social potevano diventare anche uno strumento di evangelizzazione, in uno strano incontro tra il mondo veloce della Rete e quello senza tempo dell’eremitaggio. «Gli eremiti non erano così comuni 15 anni fa», dice Rachel. «Quindi ho pensato di usare Internet per convidere un po’ della mia vita. Il Web poteva essere un mezzo per raccontare l’eremitaggio nella pratica, in modo da consentire ad altri “almeno di toccarlo, anche solo con la punta del mignolo”, come recitavano quei versi».
La storia di Rachel è stata raccontata di recente anche da Reuters. La vita da eremita in una caverna, dice, non fa per lei. Ogni mattina Rachel si sveglia presto, si occupa dell’orto, dà da mangiare agli animali, e prega. Come richiedono le regole dell’eremitaggio. Poi accende il computer e inserisce username e password per accedere ai suoi profili social.
«All’inizio ero diffidente», ammette. Poi l’amministrazione locale organizzò dei corsi per le piccole imprese che volevano usare la Rete per vendere i propri prodotti. E una giornata era proprio dedicata alla formazione per l’uso di Twitter e Facebook. Rachel ne approfittò subito. E oggi, da buona imprenditrice, ha ben due profili Facebook. «Uno per restare in contatto con la famiglia e gli amici intimi che non incontro da anni», dice. «E un altro che riguarda la mia vita da eremita». (... for “hermitage” stuff, scrive). «Uso principalmente la pagina Facebook sull’eremitaggio, inviando in automatico anche i contenuti su Twitter. Così la stessa cosa arriva a più persone».

       La gallina nella stanza della preghiera (dalla pagina Facebook “St Cuthbert's House”)

Oggi Rachel si guadagna da vivere vendendo i manifesti e cartoline decorate con la calligrafia, realizzate anche su commissione. E collabora con una rivista reigiosa locale, in cui racconta la vita da eremita.
Su Facebook pubblica immagini sacre, notizie che riguardano la vita della Chiesa, foto dei suoi gatti e delle sue galline che razzolano nella “stanza della preghiera”, risponde ai commenti ed esorta a non dimenticare la guerra in Siria e l’esodo dei rifugiati. Ma utilizza la rete anche per le faccende pratiche. La spesa soprattutto. In effetti, non c’è niente di più utile di Internet per chi voglia vivere lontano da tutto. Supermercati compresi.
Qualche mese fa le è stato anche diagnosticato un cancro. Le ultime foto online la ritraggono senza capelli o con un turbante in testa. I suoi follower non l’hanno abbandonata, avviando una campagna di raccolta fondi per lei e gli altri malati di cancro. A luglio sulla pagina Facebook ha caricato un selfie senza capelli. «Ecco il mio nuovo look», scrive. «Non ho avuto la vocazione buddista, sto solo facendo la chemioterapia. Ma cerco di affrontarla con serenità, amore e rispetto». Faccina felice.

(fonte: http://www.linkiesta.it/it)