mercoledì 4 marzo 2015

L'eremita e il cenobita

Sempre la tradizione monastica ha saputo riconoscere la preghiera come un carisma a lei affidato: la preghiera è il suo primo dovere, il suo respiro. Il monaco vive in essa come un pesce nell’acqua; egli l’ha sposata - così i testi antichi tentano di suggerire il posto che occupa la preghiera nella vita di un monaco -. Ora, la tradizione ci ha consegnato due tipi di monaci che, proprio per il loro contrasto, sono un esempio per ogni tipo di preghiera. Da una parte vi è l’eremita, che si sa chiamato a compiere tutto da solo, nell’assoluto isolamento; dall’altra c’è il cenobita che, come indica il nome greco, conduce la sua vita (bios) in comunità (koinos, koinonia): mangia, lavora, dorme e prega praticamente sempre in comunità, con un minimo di vita privata.
Nell’ambito della preghiera l’eremita ha una sola regola: pregare incessantemente. Qualunque cosa faccia, mangi o dorma, la sua preghiera non deve conoscere interruzione. Nessuna regola canonica per lui, nessun breviario imposto: egli non ha che da ascoltare il suo cuore. Il cuore gli insegna a inserirsi nello Spirito, docile alle sue sollecitazioni, modificando attività e occupazioni in vista della vigilanza, continua, ancorato come vuol essere in una perenne supplica e azione di grazie. L’eremita vive senza obblighi: egli può fare di tutto, in tutto cerca il suo compiacimento, che è il compiacimento dello Spirito di Dio in lui.
Tutto il contrario, invece, per il cenobita: questi non fa nulla che non sia previsto! Una regola e un superiore determinano tutti i suoi atti, fino alla preghiera: prega a ore fisse, seguendo uno schema ben preciso, secondo una misura da non infrangere. Egli vi si deve attenere “sette volte al giorno”, anche la notte, all’ora indicata. Segue un calendario, e i suoi tempi di preghiera si piegano alle stagioni: questo lo mette in contatto con la creazione intera, con la chiesa universale, perché ovunque questi momenti si ritmano sul sole e la luna. In tal modo i cenobiti rivivono tutta la storia della salvezza (dall’Avvento alla Pentecoste, e fino alla Parusia), di anno in anno.
In ciascuno di noi abitano un eremita e un cenobita. Di più, in ogni cenobita vive un eremita e in ogni eremita batte un cuore di cenobita. L’uno e l’altro ci dicono qualcosa di essenziale sulla preghiera.
1. L’eremita ci insegna a pregare incessantemente. In definitiva la preghiera sgorga ininterrottamente. Gesù, Paolo, Luca, tutti ce lo imprimono nel cuore: “Pregate senza stancarvi, costantemente, senza interruzione” (cf. Lc 18,1; 21,36; At 10,2; 1 Ts 5,17). Non si può sapere cosa sia la preghiera se essa si arresta in noi. La preghiera continua va di pari passo con l’azione dello Spirito santo in noi, come dice in maniera incomparabile Paolo in Rm 8,26, e come dice anche Isacco il Siro:

Chi porta in sé lo Spirito di Dio e gli offre ospitalità nel proprio cuore e nel proprio spirito diviene tempio dello Spirito santo. Mangi, dorma o vegli, la preghiera gli aderisce all’anima. I semplici movimenti del suo spirito purificato sono altrettante voci silenziose che nel segreto fanno salire verso l’Invisibile la loro salmodia.

2. Il cenobita, dal canto suo, ci insegna a pregare giorno dopo giorno a ore fisse. È così che l’orante si integra nella comunione universale, il popolo radunato dalla parola di Dio, l’unico corpo di Cristo. Molte tradizioni ritengono che la forza di questa preghiera comunitaria sia di gran lunga superiore a quella di ogni preghiera individuale. E questo è in sintonia con un antico detto ebraico: “Dove prega la comunità, là si trova la Shekinà” - cioè l’abitazione ,divina -, allo stesso modo in cui si ritiene sia presente nel Santo dei Santi. Invece: “Chi si sottrae alla preghiera comunitaria si sottrae alla Shekinà”. I monaci copti ci trasmettono lo stesso insegnamento nel racconto di una visione:

C’era una volta un monaco che vegliava pregando incessantemente ma non assisteva agli uffici comunitari. Una notte gli apparve una colonna luminosa che si elevava sino al cielo e brillava al di sopra del luogo dove erano riuniti i fratelli. Vide anche un lumicino che tracciava dei cerchi attorno alla colonna; talora fiammeggiava vividamente, poi si spegneva quasi del tutto. E poiché il monaco era stupito da tale visione, ricevette da Dio la spiegazione: “La colonna che vedi, sono le preghiere dei molti fratelli: esse si innalzano fino a Dio e il Signore le gradisce. Il lumicino è la preghiera di coloro che vivono in comunità sottraendosi agli uffici prescritti. Prendi dunque parte alla preghiera comunitaria. Dopo, se lo vuoi e lo puoi, dirai la tua preghiera personale” (dal Libro del Paradiso).

E noi a che punto siamo?
Sono più numerosi di quanto non pensiamo coloro che sanno cosa vuol dire la preghiera continua. Mi ricordo di un giovane che conduceva una vita molto attiva: infaticabile, vendeva vetture giapponesi a soldati americani in Germania Ebbene, un giorno disse queste parole: “Sai, Dio è sempre accanto a me, in tutto ciò che faccio”. Certe infermiere piene di dedizione “sanno” come nel loro andirivieni, attraverso tutto, non devono lasciare il loro cuore. Esse vivono in Dio e di Dio, semplicemente. A tali persone può essere utile ricordare il cammino del cenobita. Accettando di pregare in certi momenti stabiliti dalla comunità dei credenti, esse scopriranno una nuova dimensione: il legame vissuto con il corpo di Cristo in cui trova unità dinanzi a Dio, giorno dopo giorno, tutto l’universo creato.
D’altra parte, molta gente prega fedelmente a ore fisse. Certuni si alzano presto, quand’è ancora notte, certi altri vegliano ancora un’ora alla sera, altri ancora riservano un tempo per Dio nel cuore della giornata. A costoro può essere utile presentare la via dell’eremita: “Cerca e scopri da te stesso che cosa vuol dire per te pregare incessantemente. Penetra nello Spirito che abita in te, e che dall’interno sostiene la “tua preghiera” .

Il beato Epifanio, vescovo di Cipro, aveva in Palestina un monastero. Il suo abate un giorno gli mandò a dire: “Grazie alle tue preghiere non abbiamo trascurato la nostra regola, ma con zelo celebriamo l’ora prima, terza, sesta, nona, e l’ufficio del lucernario” . Ma egli li rimproverò con queste parole: “Evidentemente trascurate le altre ore del giorno astenendovi dalla preghiera. Il vero monaco deve avere incessantemente nel cuore la preghiera e la salmodia” (Epifanio 3, in Vita e detti I, pp. 184-185)[1].

I fratelli che sono al lavoro veramente lontano e che non possono accorrere in oratorio all’ora fissata - e se l’abate verifica che è realmente così - celebrino l’opera di Dio là dove sono impegnati, piegando le ginocchia con divino tremore. Analogamente, coloro che son mandati in viaggio non vadano oltre le ore stabilite, ma le celebrino come possono e non trascurino di offrire la prestazione del loro servizio (RB 50,1-4).




[1] Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L.Mortari, voll. I-II, Roma 1986.

da: "Le tre colonne del mondo"  di Benoit Standaert.

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