venerdì 16 marzo 2012

È possibile un monachesimo laico rimanendo nel mondo?

Il monachesimo, da sempre, è una delle forme più alte di vita ascetica. Sia in Occidente che in Oriente, esso si è manifestato attraverso comunità e forme di organizzazione basate su Regole; in Occidente è nota la Regola Benedettina: il monaco vive in comunità più o meno piccole, in clausura più o meno stretta, nella preghiera e nel lavoro silenzioso. La comunità monastica di solito è autosufficiente e opera il distacco dal mondo anche nei termini pratici.

L’etica cristiana richiede al seguace di “essere nel mondo, ma non del mondo”; ciò significa vivere il non attaccamento, nella vicinanza il più possibile alla fonte e alla parola divine, in sentimento e azione, alternando vita attiva e vita contemplativa. Ora, ci possiamo chiedere se è possibile vivere un monachesimo “laico” nei tempi di oggi, senza fare vita comunitaria in un monastero, e cosa questo comporti nella vita pratica. In concreto: cosa comporta compiere l’azione sacrale, o retta, pur continuando ad assolvere ai propri ruoli sociali, e senza fare vita ritirata, come in un monastero.

Uno dei motivi principali per l’esistenza del monastero è quello di consentire ai monaci la vita comunitaria, cioè il confronto continuo con l’altro e, attraverso questo, la correzione e l’osservazione dell’azione, sotto la direzione esperta di una guida. Così come nel monastero la vita quotidiana è scandita dalla Liturgia delle Ore, la sacralità della vita quotidiana fuori dal monastero è data, oltre che dalla propria meditazione quotidiana, dalla costante autosservazione, dall’incontro con la propria famiglia spirituale e dallo svolgimento di compiti di lavoro sacrale, nei quali si apprende l’arte della retta azione.

Tutto ciò favorisce lo sviluppo delle qualità etiche e dell’attenzione; mediante quest’ultima, si opera a poco a poco la conversione del cuore. Il movimento primario della conversione è la trasformazione progressiva di ciò che è profano in sacro. Profano è ciò che sta davanti al sacro e che attende di essere trasformato in sacro, e sacro è tutto ciò che appartiene alla natura ultima, ciò che è perfetto, puro, divino. L’opera del monaco consiste nel far sì che la sua vita si trasformi in divina; è questa un’opera di purificazione continua, che passa attraverso tutti i livelli dell’essere, corpo, mente, anima e Spirito. Dunque, quali sono le principali difficoltà che un tale monaco “laico” può incontrare nel suo cammino di conversione? Per quanto riguarda la mia esperienza di meditante vedantino, tra quelle che riconosco come presenti nel mio cammino quotidiano, la prima consiste nel riuscire a coltivare e mantenere il silenzio della parola, venendo in continuazione a confronto con persone che vivono nella completa estroversione. La seconda difficoltà consiste proprio nella tentazione dell’estroversione, spesso anche per una reminiscenza di senso di appartenenza alla comunità convenzionale.
Tale seconda difficoltà diviene evidente soprattutto nei periodi in cui si è lontani dalla propria famiglia spirituale. Una terza difficoltà, connessa alla precedente, è quella di riuscire a trovare compagnie e persone adeguate e in linea con il proprio cammino o comunque persone che lo aiutino o quantomeno non lo ostacolino.
Per fare questo, al monaco “laico” si richiede una notevole capacità discriminativa, quindi la capacità di saper dire “no” e di mettere una distanza da persone o situazioni che possono minacciare la propria crescita spirituale. Comunque, l’attrazione verso la mondanità e il bisogno di appartenenza sono due tentazioni continue per l’ego, dunque costituiscono dei banchi di prova per colui che sceglie questo monachesimo “laico”. Probabilmente, quando non si è ancora fortificati e radicati nel proprio cammino o si hanno ancora carenze affettive, la migliore soluzione consiste nel lasciarsi anche andare a situazioni e attitudini mondane, avendo però la capacità di osservare le proprie azioni e reazioni e distaccarsene quando vi si sente troppo trascinati.

Diverso è il discorso dei bisogni, i quali andrebbero soddisfatti quando premono, altrimenti, se insoddisfatti, rischiano di occupare del tutto lo spazio coscienziale, bloccando così il cammino e la crescita spirituale. In definitiva, occorre equilibrare i bisogni e saper attendere pazientemente che essi vengano superati spontaneamente, senza precorrerne il superamento, in quanto questo può creare degli squilibri di tipo psicologico. Inoltre, non bisogna mai abbandonare il cammino e la famiglia spirituale, che costituiscono delle garanzie per la coltivazione e per il mantenimento della forza interiore, quel “commitment” che è impegno costante finalizzato ad un’azione ben precisa: la conversione del cuore e della mente.

Laura Boggio Gilot, in uno dei suoi scritti spirituali1], addita il percorso di un tale essere nel mondo ma non del mondo. Nel cammino spirituale, “dopo una fase di opposizione tipica della vita dell’aspirante, si matura una fase di collaborazione tipica della vita del discepolo: la personalità, diventata più libera ed efficiente, va trasformandosi in un alleato obbediente che non solo non ostacola quella intuita volontà del Sé, ma cerca di raggiungerla in modo tale da perdere il confine tra sé e quella, in un dimenticarsi che lascia spazio a una sola realtà, l’amore della verità vissuta con ardore. Quando queste esperienze accadono a chi non vive nel mondo protetto da un āśram, ma a chi esegue il dharma nella società, si produce quella condizione particolare che è definita ‘essere nel mondo ma non del mondo’, in cui la volontà, il pensiero e il comportamento obbediscono all’accordo con la volontà dell’anima”.




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