venerdì 10 febbraio 2012

L'eremita - La Vocazione della Solitudine

(da: http://kattolika.myblog.it)

Prima di tutto la loro è una scelta controcorrente. «La solitudine di cui oggi si ha terribilmente paura viene desiderata e inseguita dall’eremita che rovescia questo timore e cerca ciò che gli altri fuggono», spiega Isacco Turina, ricercatore di sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna, che negli anni scorsi ha compiuto un’indagine sui «monaci del silenzio» in Italia.

Una vita, quindi, consacrata alla lode di Dio e "lontana" dalla routine. «Al centro – afferma il ricercatore – c’è sempre la preghiera che ha il suo fulcro nella liturgia delle ore. Ad essa si aggiungono la meditazione, la lettura, l’eventuale incontro con chi giunge per una visita e a volte la direzione spirituale». Già, perché la "fuga mundi" non è sinonimo di "clausura". «Diciamo che l’eremita di oggi non si estranea sempre dai rapporti sociali. Ma privilegia la qualità degli incontri alla quantità». E spesso accade che a lui (o a lei) si rivolga l’uomo in ricerca. «È vero – sostiene Turina – che gli eremiti costituiscono poli di attrazione per coloro che muovono i primi passi in un itinerario di fede».
Ed ecco un loro possibile identikit. «Si tratta di una persona che inizia il suo cammino eremitico fra i 30 e i 50 anni. Prima di arrivare a un assetto definitivo, segue un percorso che dura anche venti anni in cui la sua vocazione adulta ha modo di plasmarsi su parametri spirituali che vengono ritagliati anche in base alla storia personale». Non è un caso che «molti degli eremiti in Italia siano stati in precedenza parroci, missionari o religiosi che appartenevano a precise congregazioni». Così quando si fa riferimento ai solitari della fede, si può parlare di «rinnovata vocazione» perché, sottolinea il sociologo, «avvertono una chiamata contemplativa che si sovrascrive a passate esperienze di vita attiva all’interno della Chiesa».
Certo, i nuovi asceti del terzo millennio non passano le giornate soltanto sul monte. «Le loro dimore – racconta l’esperto – possono essere edifici abbandonati che ad esempio vengono concessi da un vescovo, antichi eremi da risistemare, abitazioni in un paese o in città». E infatti ci sono anche gli eremiti metropolitani. «È un’esperienza più comune di quanto possa apparire. Dato lo stile di vita della città odierna dove di fatto molti già vivono da eremiti, c’è chi decide in modo preciso e consapevole di avere un’esistenza con pochi rapporti che proprio la metropoli favorisce. Va detto comunque che l’eremitismo di città era già presente a Costantinopoli in epoca medievale e lo prevedeva il monachesimo orientale».
Frédéric, 52 anni, proviene dalla Francia ed è arrivato in Calabria 31 anni fa: «Quel primo incontro col Sud ha letteralmente sconvolto il giovane borghese francese che ero – dice –. E quello sconvolgimento ha aperto un varco nella mia anima. Varco nel quale ha potuto penetrare la grazia di Dio». Perché la scelta della vita eremitica? «La mia non è stata una scelta. Semmai un prendere atto. Mi spiego: quando nel dicembre del 2002 incontrai padre Giancarlo Maria Bregantini (allora vescovo di Locri-Gerace, ndr) non parlai di vita eremitica, ma di vita monastica fatta di preghiera, lavoro e accoglienza. Volevo solo riprendere lo stile di vita vissuto per dodici anni presso la fraternità monastica di Santa Maria delle Grazie a Rossano Calabro. Certo, ero ben cosciente del fatto che ero da solo. E poi non mi concepivo come eremita. Fu soltanto col tempo che mi sono scoperto chiamato al deserto. Così mi sono dovuto arrendere all’evidenza: un monaco che vive da solo, si chiama eremita! Ma Dio solo chiama e la sua chiamata non è né potrà mai essere mia».
Cosa può dare alla Chiesa di oggi l’eremita? «La vocazione monastica (e a maggior ragione quella eremitica) è dell’ordine del sovrappiù, del gratuito, dell’inutile, nel senso di non riducibile all’utile. Ed è proprio perché appartiene a questo ordine della grazia che paradossalmente sta nel cuore della Chiesa. Si capisce perché non è possibile dire cosa può dare l’eremita alla Chiesa. Certo, si potranno sempre elencare i nomi delle persone accolte, il lavoro svolto, la cultura alimentata, ma l’essenziale non sta qui. L’essenziale non è dell’ordine della quantità».






Nessun commento: