IDEE, PROPOSTE E PROGETTI

IDEE E PROGETTI CONDIVISI

sabato 3 luglio 2010

L’eremita diocesano, con Gesù nel deserto

PRESENTAZIONE del testo di Filippo Rossi

Il testo che presentiamo ha, nell’intenzione dell’Autore, un fine modesto e preciso: “una condivisione fraterna di qualche pensiero sulla vita eremitica”.

Diremmo che la precisione è mantenuta dall’organizzazione chiara ed esaustiva del lavoro, tesi di baccalaureato in teologia riveduta ai fini della pubblicazione. La modestia è invece contraddetta dall’ampiezza delle tematiche richiamate, la finezza dell’analisi, la buona documentazione sottesa e bibliografica. Infine, non ultima motivazione, dall’amore intenso alla condizione eremitica che pervade tutta la trattazione.

Invito alla lettura non solo per chi aspira nella Chiesa a realizzare questa vocazione oggi in crescita, ma per chiunque desideri accostarsi al mistero di una vicenda umana apparentemente singolare, ma di fatto profondamente, esemplarmente cristiana. E perfino per chi, non credente, vive comunque una ineliminabile ricerca di senso, e può coglierlo in una vita nuda, semplice e ardua, ma gioiosa, incentrata sulla presenza spoglia e gloriosa di Gesù Cristo crocifisso e risorto, capace di mostrare quanto possano bastare al cuore umano la sua Persona e il suo Vangelo

La singolarità del lavoro di Filippo Rossi è il suo riferimento all’eremitismo contemporaneo e al magistero ecclesiale attuale su di esso.

L’eremita diocesano compie infatti “un’analisi della spiritualità dell’eremita diocesano, una forma di vita religiosa oggetto di una costante crescita a partire dal 1983” (p.1), quando la Chiesa ha riconosciuto ufficialmente una vita eremitica in dipendenza dal vescovo.

Oggi gli eremiti, compresi quelli diocesani, sarebbero in Italia 200 e nel mondo 20000.

L’Autore lascia trasparire dal suo accurato studio una buona conoscenza delle fonti dell’eremitismo, dai Detti dei padri del deserto alla Filocalia, per richiamare solo due radici portanti della dimensione monastica ed eremitica.

Essa è tratteggiata nel suo significato, nelle grandi figure dei santi che l’hanno vissuta, negli Ordini religiosi che vi si sono ispirati, nelle diverse forme che lungo i secoli ha assunto nella Chiesa d’oriente e d’occidente. Fino all’eremitismo diocesano, proprio di un battezzato chiamato a questa forma di vita nella sola dipendenza dal vescovo della sua diocesi.

L’altissima vocazione dell’eremita, come quella di ogni battezzato, ma vissuta in condizioni che escludono o almeno limitano le evasioni e facilitano la concentrazione e la dedizione alla preghiera, è biblica e cristocentrica. Ha il suo centro nella Scrittura, letta nell’ambito della Chiesa, della tradizione dei Padri, ma è anche attenta al magistero contemporaneo, all’ascolto sempre nuovo rivolto dalla Chiesa allo Spirito, che fa nuove le cose.

Luogo fondante dell’eremitismo è il deserto, spazio biblico e “condizione esistenziale e interiore”, luogo di intimità con Dio ma anche di lotta, di comunione ineffabile ma di impervia fatica. Invito a ogni uomo al distacco dalle cose, dagli altri, da se stesso per trovare la via nascosta del cuore, l’unica che apre a Dio e ai fratelli, immette nello spazio infinito dell’amore trinitario e in quello senza sponde del rapporto con tutti i viventi..

Nel deserto l’eremita non vive solo, ma con Gesù – il sottotitolo del libro recita Con Gesù nel deserto --, per essere come lui tentato. Una tentazione vissuta, in continua paziente attesa dell’avvento di Cristo in sé, per la purificazione del proprio cuore e per i fratelli, per aprire sé e loro allo Spirito e andare insieme ad essi al Padre.

La vita eremitica, in qualche misura sintesi e culmine della vita cristiana, apre alle gioie indicibili della vita in Cristo, ma passa per la durissima prova del Getsemani, l’esperienza dell’abbandono assoluto da parte di Dio. Perciò rende il cristiano solidale con l’uomo contemporaneo. Egli non solo, come nota Filippo Rossi, sperimenta Dio come “il grande assente”, ma in gran parte della cultura dominante non lo postula neppure come assente, in una totale rimozione delle ragioni del vivere.

Il valore profetico dell’eremitismo è indicato con chiarezza dall’Autore: “E’ la volontà di Dio la bussola dell’eremita, non la ricerca della propria pace e consolazione…L’atto d’amore più sublime della storia, la Redenzione del genere umano, si compie non nella quiete della contemplazione o in un’estasi mistica, ma in una situazione estrema di fatica, dolore, umiliazione, abbandono “(p.34).

L’appartarsi vale nella misura in cui dilata il cuore nella carità. Così la castità non esclude, ma anzi potenzia l’amicizia, la povertà è vigilanza per non pesare sugli altri, l’obbedienza è disponibile alla possibilità del distacco anche dall’eremo.

Filippo Rossi indugia con attenzione su “alcuni aspetti particolari della vita dell’eremita”, primo tra essi la sua attività fondante, la preghiera – liturgica e personale, nutrita dalla parola di Dio, alimentata dalla lettura e dallo studio -- noi diremmo, come dicevano i padri, dalla ruminazione continua della Parola -- che culmina nell’eucaristia, fonte e apice della vita cristiana. Poi la solitudine-comunione. Una solitudine che ama profondamente il mondo, è spalancata a ogni fratello, è tesa al fine ultimo dell’ unione con Cristo, la compassione per ogni vivente. Una solitudine vegliata da Maria, compagna del pellegrinaggio dell’eremita.

L’ascesi, che connota la vocazione eremitica nel combattimento spirituale contro il peccato, è insieme severa ed equilibrata, tesa all’umiltà e alla purezza del cuore, sempre sottoposta alla guida spirituale che accompagna l’eremita, l’aiuta nel discernimento, nel ritmo preghiera--lavoro. Lavoro non solo come penitenza, opera ascetica e via alla carità, ma come condivisione della legge comune a tutti gli uomini.

Ma se “l’eremo, prima che luogo fisico, è una realtà interiore” (p.57), l’opera fondamentale dell’eremita è sempre la preghiera, qualunque sia la modalità della sua vocazione, di eremita laico o di eremita sacerdote. Entrambi sono solitari, entrambi, in modalità convenienti alla loro vocazione, possono essere chiamati, come testimonia la tradizione monastica, all’ascolto e alla guida di fratelli.

L’eremita diocesano esamina a fondo il canone 603, che disciplina la condizione dell’eremita diocesano, indugia sulle diverse modalità di separazione dal mondo di questo fratello / sorella a cui la Chiesa riconosce una missione così alta e specifica nel suo ambito, richiama testi dei papi che ne hanno esaltato il valore.

In un mondo che privilegia l’attivismo fino al rischio di esserne soffocato, corre freneticamente fino a perdere l‘indicazione di una mèta, esalta l’apparire fino a smarrirsi nell’immagine, queste pagine sobrie, piene d’amore ma non retoriche, equilibrate e realistiche, costituiscono un contributo teologico alla conoscenza della vita eremitica. E realizzano appieno il desiderio del loro giovane autore per chi ha avuto il dono di questa vocazione, o serba nel cuore uno spazio che vuole abitato solo da Dio: la gratitudine e la gioia per il dono ricevuto, di cui l’eremita costituisce un segno, ma che ognuno in qualche misura custodisce, a volte senza percepirlo, al fondo della coscienza.

Per passare dalla “regione della dissimilitudine”, che ci trattiene e c’impiglia, al luogo della liberazione: la terra promessa della comunione con Dio nel suo Cristo, della gioia pasquale che non finisce.

Emanuela Ghini

Carmelo “ S. Teresa”
22 /11/ 2009

venerdì 7 maggio 2010

Un eremita in città

10-09-2007 di
Fonte: Città nuova

Mi ero fermato nella cappella del Santissimo. Tra gli altri c'era un uomo sui settant'anni, che, in un mio momento di distrazione, mi incuriosì. Guardava fisso l'ostensorio, poi abbassava la testa e faceva dei lievi cenni di diniego, che sarebbero potuti sembrare tremiti di Parkinson se non fossero stati tutti e solo legati a quei momenti. Ritornai alla mia interrotta adorazione. Quando mi alzai per andarmene il mio sguardo incontrò il suo, per qualche attimo. Fuori della chiesa mi raggiunse, Permette una parola?. Certo. Nel suo sguardo ho visto che lei ama Dio. Ci provo, replicai un po' vergognandomi. Io riconosco chi ama Dio, disse, e da quel momento cominciò uno strano colloquio, che mi permetto di riferire avendo solennemente promesso di non rendere riconoscibili lui e i luoghi. Mario, lo chiamerò, così, è un direttore postale da poco in pensione, e fa l'eremita in città. Io diffido sempre un po' di queste cose, e allora mi sono messo in cauto ascolto. Sembrava autentico. Non si era mai sposato, non sapendo bene perché, finché gli era venuto in mente che forse poteva essere una vocazione. Ma su questo, disse, si era tormentato parecchio, chiedendosi (stavo per chiederglielo io) se vivere da solo in un appartamento minuscolo ma confortevole non poteva infine essere un bell'alibi per non prendersi responsabilità e vivere un quieto vivere. Sì, visitava i malati all'ospedale, portava la comunione come ministro straordinario, ma questo lo assolveva dal non essersi preso altre croci, di quelle pesanti che ti bloccano e non ti lasciano scampo? È intelligente Mario, ha letto che nelle vite di molti santi c'è stato il momento della tentazione più insidiosa, quello di ritirarsi da soli con Dio, stornata da Dio stesso a suon di fatti. E una notte che pregava più intensamente del solito perché aveva tentazioni di ogni genere, da quelle sessuali al timore, crescente con l'età, della solitudine, proprio quando si era sentito un illuso, uno straccio falso, disse, aveva capito che quella era la sua vocazione, perché non c'era niente da divertirsi, ma solo una pace, quasi sempre senza consolazione, più alta di ogni sconquasso. Se ti reggi a un treno, vai dove vuole il treno. Se stai dentro un'auto, pure. Se ti attacchi anche con una mano sola a Dio, ma a lui solo, non sei più sballottato, è tutto il resto intorno a te, che corre smarrito. E quando viene la tentazione di non credere? gli chiesi senza alcun riguardo. Sorrise come un compagno di scuola trionfante che ti ha fatto goal nel campetto parrocchiale, poi serio spiegò: Ho imparato a spese di ogni mio nervo che c'è qualcosa di molto più grande della fede, che può oscurarsi del tutto, ed è l'amore, anzi, sai che ti dico? Allora la fede esce da sé stessa e diventa amore. A quel punto volle insistentemente che vedessi il suo eremo. Ma che fai, ora che sei in pensione?, gli chiesi con la stessa precedente mancanza di riguardo. Oltre le cose che ti ho detto, la preghiera: è inesauribile . I suoi meno di quaranta metri quadrati, devo dire, mi hanno colpito: cucinino, salottino, camera da letto fratesca, col letto lindo, povero, essenziale come un letto di morte. Un tavolino, una sedia, un lume, una piccola radio, uno scaffaletto di libri, forse duecento, in cui feci in tempo a riconoscere, oltre la bibbia in diverse edizioni, la Liturgia delle ore, alcune vite di santi, le edizioni carmelitane delle opere di santa Teresa, san Giovanni della Croce e santa Teresina, di Lisieux. E I fratelli Karamazov. Perché I fratelli Karamazov?. È la bibbia dell'uomo moderno, di tutte le sue debolezze, mi serve a tenere i piedi per terra. Dalla finestra della camera una lista di cielo slavato. Mi vennero i brividi, a pensarlo lì solo. Solo?, mi lesse nel pensiero. Siamo almeno in sei: La Trinità, la Madonna, il mio angelo, io il poveretto. E poi ci pensi, la Chiesa? Noi ci riferiamo sempre a questa qui visibile, di gente che nasce e muore continuamente. Ma questa, importantissima per noi, è il meno!, si infervorava. I tantissimi del purgatorio, gli innumerevoli del paradiso, altro che soli. E poi ancora - continuò - io compro il giornale ogni mattina, non per curiosità. C'è da, pregare tutto il giorno e non si arriva mai. Ecco perché non ho la televisione: non ho tempo, ho già tutti i dolori che mi vengono dal giornale e dalla radio, che parlano anche della televisione. Mario, perché mi hai fatto venire qui, e non vuoi che dica niente a nessuno?. Perché chi deve venire alla fine viene, lo porta Dio. Ti ho fatto venire perché ho visto che ami Dio, e con chi ama Dio si condivide tutto. Mario.... Adesso devi andare, perché io devo andare in ospedale ad aiutare a mangiare persone che non ce la fanno. Ciao. Ciao. Se si vive sempre in punto di morte, tutto va a posto.

giovedì 24 luglio 2008

"Erba della mia erba", incontro con Adriana Zarri

(di Rodolfo Signifredi)
Uno di questi eremiti, come si è detto, è Adriana Zarri che nel libro Erba della mia erba, edito dalla Cittadella, racconta la sua esperienza da una vecchia cascina del Canavese, diocesi di Ivrea. Ma l'indirizzo è riservato perché l'eremita non vuole essere invasa da visitatori e da curiosi: vive in solitudine, in preghiera o con alcuni amici che la incontrano ogni tanto, per condividere con lei convivialità e pensieri.Non è necessario, lei dice, vivere separati per esser cristiani. Ma per lei questa scelta si è quasi imposta. Teologa non convenzionale, ha sempre fatto della libertà il centro della sua esistenza, della sua fede. “Fede e vita, in fondo, sono la stessa cosa”, ci spiega Adriana Zarri. Nata a S. Lazzaro di Savena nel 1919. Teologa, saggista, ha scritto su diverse riviste, tra cui "Concilium", "Servitium", "Rocca", "Avvenimenti" con una rubrica anche su “Il Manifesto”. Opere di Adriana Zarri sono, oltre a Erba della mia erba, Nostro Signore del deserto, edite entrambe dalla Cittadella di Assisi; di altri editori sono: Dodici lune, Il figlio perduto, Quaestio 98, E’ più facile che un cammello… ed altre ancora.
- Perché gli eremiti si isolano?
Quella dell’eremita è solitudine, non isolamento. E il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze. L’eremita è un uomo tra gli uomini e la solitudine consente un emergere tutto particolare del male del mondo che, in prospettiva, può venire analizzato con maggiore lucidità e combattuto con una contestazione interiore. La preghiera è la contestazione più profonda di questo mondo utilitario in quanto mette in crisi il modello antropoculturale che lo esprime.
- Ma restando appartati così a lungo non si diventa degli orsi o dei misantropi?
In ciascuno di noi c’è una valenza monastica. L’eremita è chi fa emergere questa valenza sulle altre componenti. Un eremo non è un guscio di lumaca in cui ci si rinchiude, ma è solo la scelta di vivere la fraternità in solitudine. L’isolamento è un tagliarsi fuori, la solitudine è un vivere dentro. L’isolamento è una solitudine vuota, invece la solitudine è piena, cordiale, calda, percorsa da voci e animata da presenze. Questa solitudine è la forma eremitica dell’incontro. E il calore umano si ravviva continuamente.
- A cosa serve pregare così intensamente?
A chi ci chiede a “cosa serve” la preghiera, bisogna dire scandalosamente che non serve a nulla, come non serve a nulla l’amore, l’arte, la bellezza. Nell’accezione consumistica la preghiera non serve; è un bel mazzo di fiori che mettiamo sul tavolo. Potremmo farne a meno, si mangia lo stesso. Però non si pranza, non si cena. Neanche sorridere serve. La bocca si apre utilmente per mangiare e per comandare; il sorriso è un di più.Come si divena eremiti?E’ una scelta radicale, come quella degli autentici clochard di una volta. Ma a differenza di tutte le asocialità, quella dell’eremita è una forma totalmente impegnata. Un ritiro da tutto per incontrare se stessi e per essere ancor più d’aiuto a questa umanità. L’eremita lo troviamo in tutte le religioni, lo incontriamo nel santone indiano che sta nelle grotte sull’Himalaya o nel monaco esicasta del Monte Athos.Nel nostro Occidente il movimento eremitico comincia prima ancora di Costantino con la fuga nel deserto o sulle montagne di solitari in lotta con leoni e serpenti, ed anche con diavoli tentatori. Ma quando la fama dei loro digiuni, delle preghiere incessanti, del silenzio ininterrotto attira discepoli e inquietudini esistenziali, l’eremitaggio si interrompe per trasformarsi in comunità. L’eremo diventa convento. E’ stato così anche per l’eremita Benedetto da Norcia, costretto dalla sua stessa fama di santità a improvvisarsi maestro di novizi, e a passare da una solitudine senza gerarchie all’ora et labora di un cenobio.
- Ha dei discepoli, Adriana Zarri?
Me ne guardo bene. Non ho la vocazione della badessa. Ho invece molti amici che di tanto in tanto mi vengono a trovare. E tanti che mi seguono attraverso i miei libri ed articoli. Ma non li considero discepoli, bensì amici con i quali condivido il messaggio cristiano.
- Perchè si diventa eremiti?
Stiamo parlando dell’eremita per vocazione, non di quello per forza come può essere il vecchio solo e abbandonato o il misantropo avaro. E dell’eremita a tempo pieno, non dell’eremita part time, né di quello della domenica. Difficile catalogarli proprio per la loro natura nascosta, L’eremita di cui parliamo non ha niente delle “anime inquiete” che partono alla ricerca dei paradisi lontani o di quelle che fuggono dal proprio passato.Non sono gli artisti alla Gaughin o alla Conte di Montecristo dei racconti ottocenteschi. Qui non c’è l’insofferenza per la banalità della vita, né lo spirito di avventura. Ma una vocazione profonda, che avviene in età adulta, tra i cinquanta e i sessanta anni, quando parte delle tentazioni sono già sotto controllo. E’ ben noto un antico proverbio: «A giovane eremita, vecchio diavolo». Anche se le prove non mancano, a cominciare dalla tentazione di “essere attaccati alla propria ciotola” come dice lo zen; ogni attaccamento è il nemico da combattere.La solitudine e il silenzio sono i soli confratelli con cui convivere, ma questo isolamento è solo apparente perché non c’è disimpegno, dismissione. La nuova fioritura di vocazioni eremitiche avviene per reazione all’eccesso di impegno nel mondo da parte delle organizzazioni religiose e dalla riscoperta della forza della preghiera e della gioia del silenzio.Carlo Carretto era entrato nei Piccoli Fratelli di Gesù ed era andato eremita nel Deserto dopo essere stato per tanti anni il presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Molti preti, frati, suore giungono alla vita eremitica dopo anni in comunità tradizionali. Come père Jean Déchanet, lo yogi cristiano che ha portato in occidente l’esperienza di un eremitaggio interiore attingendola dall’oriente.Quanto a lui, ha risposto a una chiamata che gli ha fatto capire sino in fondo che solo chi getta via la sua vita la salva; e che il modo più efficace di amare e di aiutare è seppellirsi nell’anonimato, nel silenzio, nella impotenza, credendo sino in fondo ai misteriosi legami della «comunione dei santi». L’eremita. Un credente che, invece dell’attivismo solo apparentemente costruttivo, ha scelto di praticare la forma più alta di carità, nella prospettiva evangelica: la preghiera ininterrotta, per tutti, nella solitudine e nel silenzio più radicali.
- Quando è nata in lei questa vocazione?
Ho sempre avuto questo desiderio di preghiera in solitudine fin da quando abitavo in città. Anche nella mia vita c’è stata una esperienza di convivenza in un Istituto secolare, ma è stata di breve durata. E da adolescente sono stata impegnata come dirigente nell’Azione Cattolica. Ma la vita eremitica vera e propria l’ho iniziata intorno ai cinquant’anni. E sono molto gelosa della mia laicità.
- Una scelta così radicale consente di fare più rapidamente “carriera” nella vita spirituale?
La cosa più importante è essere cristiani. Per me non hanno alcun significato certe dichiarazioni circa la "radicalità" della vita monastica. Come se la vita cristiana, vissuta con altre modalità, fosse meno radicale, più povera e meno profondamente cristiana. Non ci sono categorie privilegiate nel mondo dello spirito. Amo molto la normalità e detesto tutte le classifiche. Invece si ricorre spesso alle metafore sportive. Ma é certo un errore insinuare l'idea di cristiani di serie A, più o meno bravi, più o meno radicalmente cristiani, dove l'eminenza non consisterebbe più nella misura della carità, bensì nell'adozione di un particolare stile di vita.
- Come vivono oggi gli eremiti?
Gente che comunica da una coscienza all’altra senza la deviazione concettuale. È commovente incontrare uomini e donne così che tracciano la loro strada facendo corpo con quello in cui credono. Puntini neri che si intravvedono su un'immensità di neve, in balia del freddo e della solitudine, il prezzo del biglietto di ingresso per introdurre altri come loro nell’intimità con l’Altro.“Non dimenticherò mai le nozze con la montagna” scriveva père Jean, nato in una paese di pianura e vissuto per quasi mezzo secolo nell’orizzonte limitato dai pioppi e dalle betulle delle praterie fiamminghe e per un altro decennio sugli altipiani selvaggi dell’Africa. “La mia vita si organizza. Vivere da solo sulla montagna è un affar serio. L’inverno si avvicina. Cinque mesi di neve in media. A volte sei o sette. Approfitto degli ultimi giorni buoni per fare legna. La foresta è là” scriveva agli inizi della sua esperienza.E, dopo avere ansimato per salire fino alla capanna, con qualche ramo sulle spalle, si diceva “Bisogna proprio essere pazzi per faticare tanto, quando in un qualunque monastero si potrebbe avere tutto! Bisogna essere pazzi; fare da sé quello che altri farebbero per voi in tutte le abbazie del mondo! Non c’è dubbio bisogna essere pazzi. Non so cosa ne pensino i contadini del villaggio laggiù in fondo alla valle”. Ma abbiamo saputo che i valligiani dicevano di lui che “quello finalmente era un uomo vero” e ne avevano il più grande rispetto.
- Cosa ne pensa la Chiesa?
Eppure, malgrado il sorgere di migliaia di abbazie, monasteri, conventi, dove la vita religiosa era in comune e istituzionalizzata, molti credenti continuarono a seguire la vocazione all’isolamento, alla solitudine, alla libertà di redigersi essi stessi la "loro" regola. Il declino cominciò con il Concilio di Trento, che diffidò degli anacoreti perché incontrollabili e si concluse con il Settecento dei Lumi e con la Rivoluzione francese che perseguitò questi «parassiti asociali», nonché «oscurantisti fanatici», come li considerava.All’interno della Chiesa cattolica, la vocazione speciale alla solitudine era stata da tempo incanalata in ordini religiosi come quello dei certosini o dei camaldolesi, dove l’isolamento è unito alla comunione con i fratelli nella preghiera e nella conversazione, seppure una sola volta alla settimana. Il silenzio del Codice ecclesiale del 1917 è, lo si diceva, significativo: niente più anacoreti, dunque niente regolamentazione. E invece, questa vocazione - rara ma insopprimibile - non è affatto scomparsa ma covava sotto la cenere. Come ha dovuto prendere atto il nuovo Codice, pubblicato nel 1983.
- In che rapporto è con la Chiesa?
Di assoluta fedeltà a quelle che sono le nozioni fondamentali della Chiesa. Ma di altrettanto chiara conflittualità con norme da osservare che non sono bibliche o di fede. Perché le teologie sono tante, ma la fede è una sola.

(Fonte: www.auraweb.it)

L’eremita della porta accanto. Arrivano gli anacoreti del Medioevo prossimo venturo

di Rodolfo Signifredi
C’è ancora posto per gli eremiti nel nostro mondo sovraffollato? Esistono ancora i singles dello spirito che si ritirano in baite solitarie e in “grotte monolocali” per soli anacoreti? O si stanno estinguendo come i panda? La risposta che ci viene dagli Usa è sorprendente.Sulla base di una indagine conoscitiva effettuata dai gesuiti d’America sul loro quadrimestrale per consacrati, Review for Religious, si rileva che non solo sopravvivono ma sono addirittura in crescita. E in tutto il mondo il fatto nuovo è che questi eremiti non si rifugiano più nelle grotte ma scendono in città e si inseriscono nella realtà metropolitana senza tuttavia abbandonare la loro scelta di vita solitaria.Non sappiamo cosa possano rispondere alle domande del Censimento perché la “professione eremita” non è ancora contemplata. Ma è altrettanto certo che aumentano ogni anno, trascorrono la vita in preghiera, non temono la povertà e rifiutano qualsiasi gerarchia. La loro forza sta nel contraddire lo spirito del tempo. E la Chiesa ha deciso di reintegrarli nel Diritto canonico.La notizia ci riporta ad una esperienza di alcuni anni fa, durante un viaggio nell’Isère, dove vari eremiti popolavano una vallata, ben distanziati tra loro. L’insediamento era noto solo agli “addetti ai lavori” in contatto con questi atleti della solitudine. La cosa ci aveva stupito, convinti come tutti, che gli anacoreti non esistessero più. Forse si trattava degli ultimi esemplari. Invece ci veniva detto che gli insediamenti erano in aumento, tanto da allertare il demanio francese, interessato a ricavare soldi anche da questo utilizzo del suolo pubblico.Questa impressione di un movimento in espansione ci viene ora confermata dalla ricerca dei gesuiti americani su un fenomeno che, per le sue dimensioni e la sua dinamica, sta prendendo in contropiede anche le autorità religiose che lo avevano archiviato come estinto nel 1917 lasciandolo fuori dal nuovo Codice ecclesiale. Invece bisogna ricominciare a parlarne, a chiedersi perché tornano, quanti sono oggi, quanti potrebbero diventare domani e che ruolo hanno nella ripresa del senso del sacro. Ecco alcuni numeri.La categoria, stando a valutazioni attendibili, conterebbe nel mondo almeno ventimila anacoreti doc, ma è una stima forse inferiore alla realtà. Duemila vivono in Italia. E sono equamente divisi tra uomini e donne. Per gran parte sono cattolici, ma non mancano altre confessioni cristiane e altre religioni. L’inchiesta americana, ha rilevato che il maggior numero di eremiti, oggi, è "metropolitano” e soltanto un due per cento segue la tradizione che li vuole in grotte, baite o vecchi cascinali. L’eremitaggio moderno si fa anche in scantinati o sotto i ponti. Meglio ancora nei casermoni o nei condomini delle città. La metropoli di oggi è il luogo vero della solitudine, dove tutti ti ignorano, e dove il combattimento contro i nuovi demoni è ancora più intenso.Come si mantengono gli eremiti? Nel Medio Evo trovavano “lavoro” custodendo cimiteri, ponti, passi montani, fari, santuari, e questo è possibile anche oggi. Ma è più difficile per gli eremiti metropolitani. Perché il “deserto” di cemento è meno fertile del deserto di sabbia, dove almeno le locuste e le radici non mancano come ci ha insegnato Giovanni il Battista. Scartati i lavori nelle aziende, ambienti troppo dispersivi e più adatti ai preti operai, restano i lavoretti che si possono fare tra le pareti domestiche come la pittura o il restauro di icone, la confezione di rosari e di ostie per la messa.Oppure scrivere e collaborare con editori, come fa Adriana Zarri che abbiamo intervistato. Condividono l’abitazione con sorella povertà; per pregare e meditare ricavano un angolo che arredano con un gusto ispirato, dove non c’è l’idea della miseria ma di una povertà luminosa. E l’assenza di gadget dispersivi come la tv o il telefono consente loro di non essere assillati dalle bollette.I più “benestanti” hanno una pensioncina minima o trovano una casa di campagna con un fazzoletto di terra per ricavarne i prodotti dell’orto. La diffidenza iniziale dei vicini si trasforma, poco a poco, in stupefatta accettazione di questi esseri “asociali” e, ben presto, in una richiesta di preghiere o intercessioni. L’eremita è solo in apparenza un isolato, ma risiede “al centro” della società. E questo il popolo lo sente. La gente semplice, quando si trova di fronte a problemi insolubili, si avvicina ai suoi santi e ai suoi eremiti.

(Fonte: www.auraweb.it)

Assetati d'infinito

Interessante articolo di Franco Cardini sulle illusioni che possono celarsi dietro una scelta di vita eremitica. Nella prima parte dell'articolo si cita il richiamo del Santo Padre a fare delle vacanze "... un momento di riposo e di distensione da utilizzare per un più intimo e diretto contatto con Dio.

In altri termini, scrive Cardini, quel che il papa sembra riproporre è una rinnovata attenzione a un genere di vita che potremmo definire di tipo eremitico, sia pur senza formalizzazioni disciplinari in tal senso.
L’eremitismo (una parola derivata dal greco eremos, «solitario») è per forza di cose strettamente collegato, sul piano storico ed ecclesiale, al monachesimo (dal greco monos, «uno», e quindi «solo»). Ma all’esperienza propriamente anacoretica, propria dei monaci eremiti – e che trovava riscontro in tradizioni anche ebraiche o proprie di alcune religioni asiatiche, soprattutto il buddhismo – la Chiesa latina seppe accompagnare quella propriamente cenobitica, da condursi cioè in comunità; e una specifica soluzione, quella adottata dai monaci greci e orientali e ripresa nel mondo latino da camaldolesi e certosini, consisté nel riunire in un comune recinto monastico (quella che nel mondo ortodosso si chiama la lavra) una serie di abitacoli nei quali il monaco poteva vivere un’ordinaria esperienze eremitica salvo periodicamente riunirsi con i confratelli, per il servizio divino, per i pasti o per specifiche ricorrenze.
Non pare tuttavia che l’esperienza eremitica sia, al momento attuale, tra quelle privilegiate dalla Chiesa cattolica, che pure la mantiene e la riverisce. Il nostro mondo occidentale è cresciuto su due parametri in apparenza contraddittori, ma la miscela dei quali si è rivelata molto pericolosa: da una parte, evidentemente, la tendenza alla fruizione dei beni materiali, che non dispone alla solitudine; dall’altra però il culto ipertrofico del proprio Ego, l’individualismo che può condurre anche a facili soluzioni «pseudoanacoretiche», alla solitudine come scelta eroica, come indifferenza sprezzante nei confronti del prossimo, come espressione di un complesso di superiorità, come negazione dell’esercizio della carità.
Nel mondo postmoderno, le tentazioni dello pseudospiritualismo – ch’è in realtà un duro materialismo – sono molto comuni e insidiose: tanto più tali in quanto, esteriormente, possono presentarsi in forme analoghe all’esperienza spirituale autentica. Ne è esempio proprio l’aspirazione alla vita in contatto con la montagna. In moltissime religioni esistono «Montagne Sacre»: l’ascensione e la residenza in luoghi alti, «più vicini a Dio» come si usa dire, sono espressioni di spiritualità molto tipica di vari culti. Il cristianesimo ha privilegiato l’ascensione e la sosta sulle vette, come splendidamente recita una grande pagina di sant’Agostino ispirata sia ai profeti d’Israele, sia ai poeti antichi. Il Petrarca se n’è ricordato nella lettera dov’egli descrive una sua ascensione al Mont Ventoux, nella Francia meridionale, e dove non a caso gli sono conforto le Confessioni di Agostino. Ma attenzione: pensiamo a Goethe, pensiamo ad Hölderlin. La loro aspirazione all’ascesa e alla «purificazione», che pur si è tradotta in versi tra i più sublimi della lirica europea e mondiale, reca in sé l’impronta e l’aspirazione non sovrumana bensì, diciamo così, «superuomistica» (brutto aggettivo, usato qui comunque per ricondurci al pensiero del Nietzsche): che non ha nulla a che vedere con l’ascesi per quanto apparentemente possa somigliarle, e che è anzi la negazione dell’aspirazione a unirsi con Dio e ad annullarsi in lui. llo stesso modo, forme di disciplina fisica, di autocontrollo, di privazione (per esempio riguardo ai cibi e alle bevande) possono racchiudere analogo rischio ed essere tese non alla ricerca di Dio, non al sacrificio in Lui e per Lui, bensì all’affermazione d’una Volontà di Potenza che s’interiorizza rivolgendosi in e su se stessa ma che, proprio per questo, è profondamente anticristiana (non a caso si tratta di una somma d’istanze di «controllo di sé» e di «sublimazione del Sé» d’origine romantica che si accompagnarono anche all’infatuazione per religioni come il buddhismo o il taoismo e che furono in qualche misura riprese, e ulteriormente distorte, dall’esperienza nazista).
Redi in te ipsum: in interiore homine habitat Veritas. Il magistero di Agostino resta intatto: ma quel che noi occidentali non sappiamo più fare è ritrovare la strada per addentrarci sul serio in noi stessi, in un modo che non sia solo quello della ricerca del nostro Io. Per questo il papa insiste tanto sulla liturgia, sulla capacità di saper pregare e sulle tecniche della preghiera, che non sono affatto vuote formalità ma che costituiscono la via regia per il recupero dei valori sostanziali.
Porro unum est perfectum. Lo ricorda Gesù a Marta che si affatica correndo e facendo tutto il necessario per servirLo: ma dimenticando che il primo servizio da renderGli è quello dell’ascolto della Parola: ed è infatti Maria che «ha scelto la parte migliore». Ma l’Occidente, tutto conquistato dallo spirito di Marta, non ha mai capito a dovere questa lezione.
Tornar a saper pregare significa affrontare di nuovo quel grande dramma dell’Occidente che è il «Fattore D». Infatti la nostra società, progressivamente accettando tra XVI e XVIII secolo l’esperienza del vivere etsi Deus non daretur, ha fatto cadere la D iniziale dalla parola «Dio»: ed è finita con l’adorare quel che restava, l’«Io». L’eremitismo, riproposto oggi, può sul serio ricondurre sulla buona strada. Ma è un’esperienza alta, profonda, intensa, difficile da percorrere correttamente senza adeguata preparazione. Il frastuono del mondo moderno ci ha disabituati al silenzio: un repentino ritorno ad esso rischia di gettarci nel disorientamento del Nulla, quindi nella falsa meditazione.
Il pericolo non è remoto. L’età postmoderna segnata dalla pseudospiritualità che le è propria, quella New Age, si è annunziata fin dagli Anni Sessanta del secolo scorso con i culti e le tecniche mistiche dell’Età dell’Acquario, quelle che specie in California hanno riempito i deserti di ogni sorta di eremi: quelli cristiani, quelli buddhisti specie zen, quelli esoterico-iniziatico-sincretistici ispirati a occultisti come Edgar Cayce. Oggi, le nostre città pullulano di negozi scintillanti e profumati nei quali si vendono essenze e profumi, si ascoltano i suoni dell’acqua che cade sulle rocce e del vento che fischia tra i rami, ci si abbandona alla sensualità ipermaterialistica della natura in quanto tale e delle sensazioni di pacificazione interiore, si ricerca la «pace con noi stessi» e l’equilibrio del quale la salute fisica sarebbe al tempo stesso il segno e il premio. Può sembrar misticismo molto prossimo a quello cristiano: e ne è il peggior tradimento, la più infame caricatura.
L’esperienza mistica non può pertanto che affrontarsi in spirito di profonda disciplina e sotto al guida sapiente della Chiesa. Le corse in avanti e le «cadute in alto» sono solo illusioni. Alla nostra cultura serve una mistica fondata piuttosto, secondo quella che del resto è la tradizione più autentica della Chiesa romana, sull’esperienza comunitaria. Per chi desideri tentar l’esperienza della perfezione eremitica, le strade istituzionali proposte dalla Chiesa sono molte. Ma gli Assetati d’Infinito debbono sempre ricordare che il Vero Monte Athos sta dentro ciascuno di noi: e che per ascenderlo non c’è bisogno di mettersi in viaggio. La solitudine, quella vera che garantisce la libertà, non è il vuoto attorno a noi: è la nostra interiorità ripiena di Dio. Oggi i veri eremiti stanno in mezzo alla gente, nel folto della calca dei bisognosi. Sono coloro che, come Francesco d’Assisi e Teresa di Calcutta, avvertono il profumo di Dio nelle piaghe della miseria e del dolore. Chi cerca Dio nel silenzio degli eremi incontaminati, delle cime immacolate e dei mari azzurri, se non dispone della preparazione adeguata finisce di solito con incontrar solo la superbia del suo Io.

Fonte: www.toscanaoggi.it

SUOR HEIDI L'EREMITA

In un angolo della stanza c’è un telefono che in alcuni giorni squilla di continuo. Il tavolino accanto al letto è rivestito di una tovaglia coloratissima, come coloratissimo è il resto della casa: il cenacolo fatto con le sue mani, le federe del letto, la maglia che indossa. Suor Francesca è un’eremita anomala, così ama definirsi. Da nove anni vive a stretto contatto con la natura di Indiritto, nella Val Sangone, in una solitudine e un isolamento che vengono interrotti solo quando qualcuno la cerca. E sono in tanti a farlo. “Un eremo non può essere un guscio in cui rinchiudersi, sarebbe una scelta egoistica. Se qualcuno bussa alla mia porta, apro. Sarebbe disumano non farlo, il Signore me lo chiede”. Suor Shumi o Heidi, così la chiamano i suoi amici, vive tra preghiera e dedizione verso prossimo. Due cose che coincidono a suo modo di vedere. Accompagna all’ospedale chi ne ha bisogno, veste, pulisce, lava, pascola le capre, ascolta la disperazione di chi vive dei drammi, ha una parola di conforto per tutti. Per i suoi lavori non percepisce nulla, tira avanti grazie alla Provvidenza, ai doni delle persone che le vogliono bene e che non le fanno mai mancare nulla, neanche una macchina rossa, parcheggiata nel cortiletto antistante la Chiesa: “Ci sono periodi in cui mangio solo pomodori, ma va bene così, se è Dio che lo vuole” racconta sorridendo. Dio. Per suor Francesca è sempre lui a decidere e scandire ogni momento della sua giornata. Lui che le permette di accettare. Proprio quel Dio che all’età di otto anni le ha portato via la sorellina più grande e dal quale si è allontanata per dieci anni. Le avevano detto di pregare per salvarla. Lo aveva fatto rinunciando ai giochi da bambina, ma da Sopra non l’avevano ascoltata. Loredana è morta il giorno del suo compleanno. Per colmare il vuoto aveva cominciato a suonare il violino ed era diventata una concertista conosciuta. Scherzando ricorda: “In quel periodo dire che ero atea è poco. Avrei dato fuoco a qualunque prete”. Ad Assisi il colpo di fulmine. Scappa di casa ed entra in convento. Dopo 15 anni decide di diventare eremita, ma senza far decadere i suoi voti ed ottiene l’approvazione di Papa Giovanni Paolo II. E’ felice, serena. “Se mai dovessi aver paura sarebbe segno che questo non è più il mio posto”.

Fonte dell'articolo: (http://silviabogu.blogspot.com/2008/02/suor-heidi-leremita.html)

venerdì 18 luglio 2008

Gli eremiti nel Codice di Diritto Canonico

(da: Le forme individuali di vita consacrata di Jean Beyer S.J.)
Gli eremiti nel Codice hanno il vantaggio di trovarvi una descrizione della loro propria vocazione nella vita consacrata (c. 603, par. 1). La cosa è importante. Partendo dal fatto dell'appello divino riconosciuto dalla Chiesa, essi sono della Chiesa e hanno nel diritto una posizione giuridica certa (3). Canonicamente, per essere riconosciuto eremita, bisogna che questi si impegni nelle mani del Vescovo, con una pubblica professione - attraverso voti o altri sacri legami - alla pratica dei tre consigli evangelici, a vivere uno stile di vita determinato sotto la guida dello stesso Vescovo diocesano.
Questa dipendenza è una obbedienza. Impedisce che l'eremita diventi un girovago. C'è tuttavia una difficoltà a realizzare un tale impegno. Il Vescovo comprenderà ciò che è, come vita consacrata, una vita eremitica? Se già molti religiosi si lamentano per la mancanza di comprensione della loro vita da parte delle autorità diocesane e della difficoltà a vivere il loro proprio carisma, non si può negare che un eremita preferisca non prendere questi impegni e vivere in fedeltà alla sua vocazione questo genere di vita consacrata. Tuttavia, in questo caso, sarà utile e perfino necessario dipendere da un prete - spesso il confessore dell'eremita - informato delle esigenze di un tal genere di vita. Ma questi non è sempre pienamente informato delle esigenze reali di questa vocazione, né dei progressi possibili in questa vita di silenzio e di solitudine. Il progetto del 1977, a questo riguardo, era piú ampio e piú prudente.
L'impegno dell'eremita poteva essere preso in dipendenza da un superiore religioso competente. Questo superiore può essere, se l'eremita è religioso, il suo proprio superiore. Poteva essere anche un superiore religioso da cui dipende un terz'ordine secolare (4). Il testo del c. 92, par. 2 del progetto del 1977 sembra ammettere questa soluzione. Un fatto è certo: un fedele cristiano può essere eremita, se si conforma alle esigenze spirituali ed esterne che pone oggi il c. 603, par. 1. Ciò esige: una separazione piú rigorosa dal mondo, il silenzio della solitudine, una preghiera e una penitenza continue. Una tale vita consacrata si vive per la lode di Dio e per la salvezza del mondo. Quest'ultimo elemento va sottolineato perché mette in evidenza la dimensione apostolica universale di questo dono a Dio e alle anime che suppone questo impegno (5). Essere eremita nella Chiesa, secondo il c. 603, par. 1, è un tipo di vita ecclesiale; gli impegni presi non sono piú semplicemente privati; se sono presi davanti al Vescovo diocesano, questo carattere ecclesiale è rafforzato.
Attenendosi alla normativa del c. 603, par. 2, un religioso, anche monaco, non sarà riconosciuto canonicamente in modo pieno come eremita senza questa professione di vita evangelica fatta nelle mani del Vescovo della diocesi. Le Costituzioni degli Istituti monastici possono tuttavia prevedere un tale impegno come conseguenza di una professione fatta in un Istituto di vita monastica. In questo caso, queste Costituzioni dovranno essere ben redatte e approvate dalla Santa Sede. Il monaco potrebbe essere eremita sulla proprietà del monastero e, avvertendo l'Ordinario del luogo, al di fuori del territorio del suo monastero, in vista di una piú grande solitudine. Come si vede, il fatto di considerare l'eremita nel Codice è un progresso. Il c. 603 non sopprime tutte le difficoltà. Numerose questioni restano aperte. La pratica spesso risolve meglio certi problemi rispetto alla loro discussione teorica. Notiamo, infine, che un eremita che non è religioso, non diventa «religioso» per il fatto della professione che emette nelle mani del Vescovo; questo contrariamente a quanto considerava il c. 92, par. 2 del progetto del 1977 (6).