IDEE, PROPOSTE E PROGETTI

IDEE E PROGETTI CONDIVISI

martedì 6 ottobre 2015

Monachesimo interiorizzato

«Quanto alle nostre condizioni diverse di monaco e di laico, non preoccuparti. Dio cerca anzitutto un cuore pieno di fede in lui e nel suo Figlio Unigenito, ed è in risposta a questa fede che manda dall’alto la grazia dello Spirito santo. Il Signore ricerca un cuore ricolmo d’amore per lui e per il prossimo: è questo il trono sul quale ama sedersi e manifestarsi nella pienezza della sua gloria (…). Il Signore ascolta sia un monaco che un laico, un semplice cristiano: a condizione che essi amino Dio nel profondo del cuore e abbiano una fede autentica, una “fede come un granellino di senape”»
(I. Goraïnoff, Serafino di Sarov, pp. 182-184)


martedì 4 agosto 2015

La vita eremitica

920. Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nella continua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo” [⇒ Codice di Diritto Canonico, 603, 1].
921. Essi indicano a ciascuno quell'aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l'intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell'eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.
(dal Catechismo della Chiesa Cattolica)

mercoledì 4 marzo 2015

L'eremita e il cenobita

Sempre la tradizione monastica ha saputo riconoscere la preghiera come un carisma a lei affidato: la preghiera è il suo primo dovere, il suo respiro. Il monaco vive in essa come un pesce nell’acqua; egli l’ha sposata - così i testi antichi tentano di suggerire il posto che occupa la preghiera nella vita di un monaco -. Ora, la tradizione ci ha consegnato due tipi di monaci che, proprio per il loro contrasto, sono un esempio per ogni tipo di preghiera. Da una parte vi è l’eremita, che si sa chiamato a compiere tutto da solo, nell’assoluto isolamento; dall’altra c’è il cenobita che, come indica il nome greco, conduce la sua vita (bios) in comunità (koinos, koinonia): mangia, lavora, dorme e prega praticamente sempre in comunità, con un minimo di vita privata.
Nell’ambito della preghiera l’eremita ha una sola regola: pregare incessantemente. Qualunque cosa faccia, mangi o dorma, la sua preghiera non deve conoscere interruzione. Nessuna regola canonica per lui, nessun breviario imposto: egli non ha che da ascoltare il suo cuore. Il cuore gli insegna a inserirsi nello Spirito, docile alle sue sollecitazioni, modificando attività e occupazioni in vista della vigilanza, continua, ancorato come vuol essere in una perenne supplica e azione di grazie. L’eremita vive senza obblighi: egli può fare di tutto, in tutto cerca il suo compiacimento, che è il compiacimento dello Spirito di Dio in lui.
Tutto il contrario, invece, per il cenobita: questi non fa nulla che non sia previsto! Una regola e un superiore determinano tutti i suoi atti, fino alla preghiera: prega a ore fisse, seguendo uno schema ben preciso, secondo una misura da non infrangere. Egli vi si deve attenere “sette volte al giorno”, anche la notte, all’ora indicata. Segue un calendario, e i suoi tempi di preghiera si piegano alle stagioni: questo lo mette in contatto con la creazione intera, con la chiesa universale, perché ovunque questi momenti si ritmano sul sole e la luna. In tal modo i cenobiti rivivono tutta la storia della salvezza (dall’Avvento alla Pentecoste, e fino alla Parusia), di anno in anno.
In ciascuno di noi abitano un eremita e un cenobita. Di più, in ogni cenobita vive un eremita e in ogni eremita batte un cuore di cenobita. L’uno e l’altro ci dicono qualcosa di essenziale sulla preghiera.
1. L’eremita ci insegna a pregare incessantemente. In definitiva la preghiera sgorga ininterrottamente. Gesù, Paolo, Luca, tutti ce lo imprimono nel cuore: “Pregate senza stancarvi, costantemente, senza interruzione” (cf. Lc 18,1; 21,36; At 10,2; 1 Ts 5,17). Non si può sapere cosa sia la preghiera se essa si arresta in noi. La preghiera continua va di pari passo con l’azione dello Spirito santo in noi, come dice in maniera incomparabile Paolo in Rm 8,26, e come dice anche Isacco il Siro:

Chi porta in sé lo Spirito di Dio e gli offre ospitalità nel proprio cuore e nel proprio spirito diviene tempio dello Spirito santo. Mangi, dorma o vegli, la preghiera gli aderisce all’anima. I semplici movimenti del suo spirito purificato sono altrettante voci silenziose che nel segreto fanno salire verso l’Invisibile la loro salmodia.

2. Il cenobita, dal canto suo, ci insegna a pregare giorno dopo giorno a ore fisse. È così che l’orante si integra nella comunione universale, il popolo radunato dalla parola di Dio, l’unico corpo di Cristo. Molte tradizioni ritengono che la forza di questa preghiera comunitaria sia di gran lunga superiore a quella di ogni preghiera individuale. E questo è in sintonia con un antico detto ebraico: “Dove prega la comunità, là si trova la Shekinà” - cioè l’abitazione ,divina -, allo stesso modo in cui si ritiene sia presente nel Santo dei Santi. Invece: “Chi si sottrae alla preghiera comunitaria si sottrae alla Shekinà”. I monaci copti ci trasmettono lo stesso insegnamento nel racconto di una visione:

C’era una volta un monaco che vegliava pregando incessantemente ma non assisteva agli uffici comunitari. Una notte gli apparve una colonna luminosa che si elevava sino al cielo e brillava al di sopra del luogo dove erano riuniti i fratelli. Vide anche un lumicino che tracciava dei cerchi attorno alla colonna; talora fiammeggiava vividamente, poi si spegneva quasi del tutto. E poiché il monaco era stupito da tale visione, ricevette da Dio la spiegazione: “La colonna che vedi, sono le preghiere dei molti fratelli: esse si innalzano fino a Dio e il Signore le gradisce. Il lumicino è la preghiera di coloro che vivono in comunità sottraendosi agli uffici prescritti. Prendi dunque parte alla preghiera comunitaria. Dopo, se lo vuoi e lo puoi, dirai la tua preghiera personale” (dal Libro del Paradiso).

E noi a che punto siamo?
Sono più numerosi di quanto non pensiamo coloro che sanno cosa vuol dire la preghiera continua. Mi ricordo di un giovane che conduceva una vita molto attiva: infaticabile, vendeva vetture giapponesi a soldati americani in Germania… Ebbene, un giorno disse queste parole: “Sai, Dio è sempre accanto a me, in tutto ciò che faccio”. Certe infermiere piene di dedizione “sanno” come nel loro andirivieni, attraverso tutto, non devono lasciare il loro cuore. Esse vivono in Dio e di Dio, semplicemente. A tali persone può essere utile ricordare il cammino del cenobita. Accettando di pregare in certi momenti stabiliti dalla comunità dei credenti, esse scopriranno una nuova dimensione: il legame vissuto con il corpo di Cristo in cui trova unità dinanzi a Dio, giorno dopo giorno, tutto l’universo creato.
D’altra parte, molta gente prega fedelmente a ore fisse. Certuni si alzano presto, quand’è ancora notte, certi altri vegliano ancora un’ora alla sera, altri ancora riservano un tempo per Dio nel cuore della giornata. A costoro può essere utile presentare la via dell’eremita: “Cerca e scopri da te stesso che cosa vuol dire per te pregare incessantemente. Penetra nello Spirito che abita in te, e che dall’interno sostiene la “tua preghiera” .

Il beato Epifanio, vescovo di Cipro, aveva in Palestina un monastero. Il suo abate un giorno gli mandò a dire: “Grazie alle tue preghiere non abbiamo trascurato la nostra regola, ma con zelo celebriamo l’ora prima, terza, sesta, nona, e l’ufficio del lucernario” . Ma egli li rimproverò con queste parole: “Evidentemente trascurate le altre ore del giorno astenendovi dalla preghiera. Il vero monaco deve avere incessantemente nel cuore la preghiera e la salmodia” (Epifanio 3, in Vita e detti I, pp. 184-185)[1].

I fratelli che sono al lavoro veramente lontano e che non possono accorrere in oratorio all’ora fissata - e se l’abate verifica che è realmente così - celebrino l’opera di Dio là dove sono impegnati, piegando le ginocchia con divino tremore. Analogamente, coloro che son mandati in viaggio non vadano oltre le ore stabilite, ma le celebrino come possono e non trascurino di offrire la prestazione del loro servizio (RB 50,1-4).




[1] Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L.Mortari, voll. I-II, Roma 1986.

da: "Le tre colonne del mondo"  di Benoit Standaert.

martedì 15 luglio 2014

Riceviamo e pubblichiamo

Ciao a tutti!

Chi mi parla un po' del monachesimo interiorizzato di Paul Evdokimov? Esistono in Italia singoli o gruppi che vivono questo tipo di monachesimo?
Un carissimo saluto a tutti voi!

Giobbe

domenica 15 giugno 2014

Un'esperienza semi-eremitica in Puglia

Sono un prete diocesano. Vivo in Puglia. Ho superato, da poco, la soglia dei quarant’anni.
Vivo, nascostamente, ma con il consenso del mio padre spirituale, una forma di vita monastica semi-eremitica (di tipo cistercense), nella città, compatibilmente con gli impegni pastorali (confessioni, accompagnamento spirituale, visita agli ammalati, celebrazione eucaristica, adorazione eucaristica, individuale e comunitaria).
Prego la Liturgia delle Ore, secondo lo Schema A, cioè con i centocinquanta salmi distribuiti nell’arco di una settimana.
A sera, prima della Compieta, leggo e medito il brano della Regola di San Benedetto, secondo il calendario dell’Abbazia Madonna della Scaladi Noci (Bari). Lo stesso brano della Regola lo rileggo la mattina, dopo le Lodi mattutine, accompagnandolo con la lettura di un commento allaRegola stessa, per il brano relativo a quella determinata giornata.
Gli impegni pastorali, che a volte si prolungano fino a tarda sera, talvolta, non mi consentono la levata notturna. Almeno due o tre volte alla settimana, tuttavia, celebro il Mattutino (= Ufficio delle Letture, con le due vigilie), alle 4.30.
I momenti in cui osservo il silenzio totale (fatta eccezione per i momenti di preghiera liturgica) sono quelli del pomeriggio: dalle 13 alle 17, e dal dopo compieta fino al mattino. Durante la fascia oraria pomeridiana, mi dedico allo studio e, in particolare, alla lectio divina.
Rientrato a casa, tolto l’abito talare (che indosso costantemente), indosso un semplicissimo abito, di tipo monastico, con tunica bianca e scapolare nero, fermato in vita da una cintura di cuoio.
In ogni momento di preghiera, indosso la cocolla bianca.
Non manca, nell’arco della giornata, la lettura spirituale, con testi relativi alla vita monastica oppure relativi alla vita di San Benedetto o di altri santi monaci.
Mi piacerebbe confrontarmi con altre persone (preti o laici), che vivono un’esperienza simile alla mia.

Don Alex.

venerdì 7 marzo 2014

Fraternità pellegrina contemplativa

La Fraternità è un’associazione privata di fedeli i cui elementi qualificanti sono:

L’eremo, come tempo d’intimità quotidiana con Dio e - se possibile - durante l’anno: uno o più tempi privilegiati di cuore a cuore con Dio, da cui sgorga la consapevolezza di essere totalmente nelle sue mani e in comunione con tutti;

La strada, come luogo ove ci si fa “abbordabili” da tutti e aperti a “farsi della terra dell’altro”, come diceva il beato Charles de Foucauld. Nei tempi feriali e negli incontri fra etnie e religioni diverse desideriamo poter divenire quasi “cartelli indicatori” della Città celeste recuperando illinguaggio del cuore, l'universalità dell'incontro, il sogno che Dio ha per ciascuno di noi e che ci mette in viaggio con uno spirito di benedizione ed intercessione. Maria della Visitazione ci è di esempio e guida.

La fraternità, nell’ esprimersi in momenti comunitari di confronto fraterno e nel raccontarsi le cose imparate per strada:  - dà all’associazione il volto di un cenacolo di fratelli e sorelle. 

giovedì 6 marzo 2014

Comunità dei Figli di Dio

Una comunità di monaci nel mondo

Comunità fondata nel 1947 da don Divo Barsotti, con sede centrale in Firenze. E' diffusa in Italia, Africa, Australia, Sri Lanka e Columbia

Gli aderenti, sacerdoti e laici costituiscono un’unica famiglia religiosa e sono uniti  tramite la consacrazione al Verbo, alla Vergine Maria e alla Chiesa, intendono vivere pienamente il mistero dell’adozione filiale. La  Comunità è costituita da quattro rami; la spiritualità della CED è biblica, liturgica, escatologica e contemplativa. Sottolinea in particolare i valori monastici vissuti nella forma di un monachesimo interiorizzato.
Ogni consacrato è tenuto alla recita quotidiana di quattro preghiere. A tutti è consigliata la partecipazione alla preghiera liturgica in almeno due parti delle Ore del Giorno. L’associazione si articola territorialmente in famiglie che si incontrano settimanalmente per pregare, ascoltare la Parola, leggere e commentare scritti dottrinali. I diversi gruppi si riuniscono settimanalmente per pregare e mensilmente per il ritiro e per l’adunanza.