Blog dedicato ai nuovi eremiti, ai monaci metropolitani e ai contemplativi. Articoli, recensioni, esperienze, nuove comunità e altro ancora. Il blog vuole essere un punto di incontro virtuale per quei laici che vivono esperienze di vita contemplativa, eremitica, semieremitica e per chi vive seguendo i principi del monachesimo interiorizzato.
domenica 15 giugno 2014
Un'esperienza semi-eremitica in Puglia
Sono un prete diocesano. Vivo in Puglia. Ho superato, da poco, la soglia dei quarant’anni.
Don Alex.venerdì 7 marzo 2014
Fraternità pellegrina contemplativa
La Fraternità è un’associazione privata di
fedeli i cui elementi qualificanti sono:
L’eremo,
come tempo d’intimità quotidiana con
Dio e - se possibile - durante l’anno: uno o più tempi privilegiati
di cuore a cuore con Dio, da cui sgorga la consapevolezza di essere totalmente
nelle sue mani e in comunione con tutti;
La
strada, come luogo ove ci si fa “abbordabili” da tutti e aperti a “farsi della terra
dell’altro”, come diceva il beato Charles de Foucauld. Nei tempi
feriali e negli incontri fra etnie e religioni diverse desideriamo poter
divenire quasi “cartelli indicatori” della Città celeste recuperando illinguaggio del cuore, l'universalità
dell'incontro, il sogno che Dio ha per ciascuno di noi e che ci
mette in viaggio con uno spirito di benedizione ed intercessione. Maria della
Visitazione ci è di esempio e guida.
La
fraternità, nell’ esprimersi in
momenti comunitari di confronto fraterno e nel raccontarsi le
cose imparate per strada: - dà all’associazione il volto di un cenacolo
di fratelli e sorelle.
giovedì 6 marzo 2014
Comunità dei Figli di Dio
Una comunità di monaci nel mondo
Comunità fondata nel 1947 da don Divo Barsotti, con sede centrale in Firenze. E' diffusa in Italia, Africa, Australia, Sri Lanka e Columbia
Gli aderenti, sacerdoti e laici costituiscono un’unica famiglia religiosa e sono uniti tramite la consacrazione al Verbo, alla Vergine Maria e alla Chiesa, intendono vivere pienamente il mistero dell’adozione filiale. La Comunità è costituita da quattro rami; la spiritualità della CED è biblica, liturgica, escatologica e contemplativa. Sottolinea in particolare i valori monastici vissuti nella forma di un monachesimo interiorizzato.
Ogni consacrato è tenuto alla recita quotidiana di quattro preghiere. A tutti è consigliata la partecipazione alla preghiera liturgica in almeno due parti delle Ore del Giorno. L’associazione si articola territorialmente in famiglie che si incontrano settimanalmente per pregare, ascoltare la Parola, leggere e commentare scritti dottrinali. I diversi gruppi si riuniscono settimanalmente per pregare e mensilmente per il ritiro e per l’adunanza.
domenica 15 dicembre 2013
Racconta la tua esperienza
Se vivi una vita eremitica o semieremitica, puoi raccontare in poche righe la tua esperienza mantenendo l'anonimato.
Puoi scrivere a:
monachesimointeriore@libero.it
Puoi scrivere a:
monachesimointeriore@libero.it
Segnalazione
FOTOREPORTAGE
Sul numero di novembre di "Luoghi dell'infinito", il mensile di Avvenire, è stato pubblicato un ampio reportage fotografico dedicato agli eremiti contemporanei di Carlo Bevilacqua. L'autore, affascinato da sempre dal mondo dell'eremitismo, ha ritratto eremiti nei luoghi più disparati; dal Monte Athos alla Calabria; dall'Inghilterra all'India fino al deserto della California.
Sul numero di novembre di "Luoghi dell'infinito", il mensile di Avvenire, è stato pubblicato un ampio reportage fotografico dedicato agli eremiti contemporanei di Carlo Bevilacqua. L'autore, affascinato da sempre dal mondo dell'eremitismo, ha ritratto eremiti nei luoghi più disparati; dal Monte Athos alla Calabria; dall'Inghilterra all'India fino al deserto della California.
domenica 1 aprile 2012
IL MONACHESIMO PUÒ RINASCERE
di Adriana Zarri
Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.
Il Molinasso è qui da secoli. Dal seicento, forse da prima. E le mie duemila albe non sono che le ultime - per ora - di una serie lunghissima: milioni di albe, milioni di tramonti, milioni di notti e di meriggi che ne han scolorito la facciata, scrostati i muri e patinati di tempo: quella patina vecchia, preziosa e inimitabile che è come il blasone nobiliare degli edifici antichi e che io mi rifiuto di distruggere, con un restauro. Forse, se anche potessi, non oserei metterci mano. Qui la mia vita è molto semplice; e il lavoro si alterna alla preghiera. (...) Io non vorrei confondervi le idee perché, da troppi secoli, il monaco s’è fatto religioso: si è, cioè, dato una struttura e una costituzione riconosciuta e vigilata dalla chiesa, attraverso i suoi organi ufficiali. Ed è questa struttura, questa gerarchia, questo riconoscimento giuridico che rende i monaci religiosi. Ma la “religiosità”, nel senso detto, non è essenziale al monachesimo. Anzi, all’inizio, il monachesimo nacque laico. Dei normali cristiani sceglievano di vivere in un certo modo - nella verginità, nella preghiera, nella solitudine - ed era tutto. Anche perché, in quei secoli beati, non esistevano ancora il diritto canonico, le congregazioni romane e tutto lo stuolo di ecclesiastici, addetti alla vigilanza di chi intenda vivere la fede in un modo piuttosto che in un altro. Poi queste strutture sopravvennero e i monaci vi caddero sotto. Forse alla chiesa ufficiale parve un bene (e, per un certo aspetto, anche lo fu) metter le briglie alla spontaneità, fare un po’ d’ordine in esperienze molteplici e varie. Però sappiamo anche che l’ordine, la disciplina e la briglia assai sovente sono a scapito dell’inventiva e della varietà. Così il monachesimo acquistò saldezza (ahimè, spesso, anche ricchezza e potenza) ma persi molti valori originari. Si appiattì, si clericalizzò e, a conti fatti, non fu un guadagno. Monaco viene forse da “monos” che significa “solo”: è l’uomo che, nella solitudine, si oppone al rischio massificante delle strutture squadrate e definite: è, in fondo, la fantasia contro il diritto, la poesia contro la normalizzazione, la libertà contro la legge. Un uomo fatto a quel modo, in una struttura codificata e sorvegliata, ci sta stretto, ci sta male, rischia di inaridirsi. E infatti molti rami monastici si seccarono, altri diedero frutti di efficienza, i più robusti sopravvissero con una vena di contestazione: era la fiera eredità dei primi tempi che rosicchiava il freno imposto. (...) In questi ultimi tempi - per rifarsi alle origini e per rispondere a un’esigenza di declericalizzazione tutta moderna - si assiste a un lento e faticoso rinascere del monachesimo laico. È quanto anch’io cerco di fare.
Tratto da “Non sono reverenda” (Cittadella editrice)
venerdì 16 marzo 2012
È possibile un monachesimo laico rimanendo nel mondo?
Il monachesimo, da sempre, è una delle forme più alte di vita ascetica. Sia in Occidente che in Oriente, esso si è manifestato attraverso comunità e forme di organizzazione basate su Regole; in Occidente è nota la Regola Benedettina: il monaco vive in comunità più o meno piccole, in clausura più o meno stretta, nella preghiera e nel lavoro silenzioso. La comunità monastica di solito è autosufficiente e opera il distacco dal mondo anche nei termini pratici.
L’etica cristiana richiede al seguace di “essere nel mondo, ma non del mondo”; ciò significa vivere il non attaccamento, nella vicinanza il più possibile alla fonte e alla parola divine, in sentimento e azione, alternando vita attiva e vita contemplativa. Ora, ci possiamo chiedere se è possibile vivere un monachesimo “laico” nei tempi di oggi, senza fare vita comunitaria in un monastero, e cosa questo comporti nella vita pratica. In concreto: cosa comporta compiere l’azione sacrale, o retta, pur continuando ad assolvere ai propri ruoli sociali, e senza fare vita ritirata, come in un monastero.
Uno dei motivi principali per l’esistenza del monastero è quello di consentire ai monaci la vita comunitaria, cioè il confronto continuo con l’altro e, attraverso questo, la correzione e l’osservazione dell’azione, sotto la direzione esperta di una guida. Così come nel monastero la vita quotidiana è scandita dalla Liturgia delle Ore, la sacralità della vita quotidiana fuori dal monastero è data, oltre che dalla propria meditazione quotidiana, dalla costante autosservazione, dall’incontro con la propria famiglia spirituale e dallo svolgimento di compiti di lavoro sacrale, nei quali si apprende l’arte della retta azione.
Tutto ciò favorisce lo sviluppo delle qualità etiche e dell’attenzione; mediante quest’ultima, si opera a poco a poco la conversione del cuore. Il movimento primario della conversione è la trasformazione progressiva di ciò che è profano in sacro. Profano è ciò che sta davanti al sacro e che attende di essere trasformato in sacro, e sacro è tutto ciò che appartiene alla natura ultima, ciò che è perfetto, puro, divino. L’opera del monaco consiste nel far sì che la sua vita si trasformi in divina; è questa un’opera di purificazione continua, che passa attraverso tutti i livelli dell’essere, corpo, mente, anima e Spirito. Dunque, quali sono le principali difficoltà che un tale monaco “laico” può incontrare nel suo cammino di conversione? Per quanto riguarda la mia esperienza di meditante vedantino, tra quelle che riconosco come presenti nel mio cammino quotidiano, la prima consiste nel riuscire a coltivare e mantenere il silenzio della parola, venendo in continuazione a confronto con persone che vivono nella completa estroversione. La seconda difficoltà consiste proprio nella tentazione dell’estroversione, spesso anche per una reminiscenza di senso di appartenenza alla comunità convenzionale.
Tale seconda difficoltà diviene evidente soprattutto nei periodi in cui si è lontani dalla propria famiglia spirituale. Una terza difficoltà, connessa alla precedente, è quella di riuscire a trovare compagnie e persone adeguate e in linea con il proprio cammino o comunque persone che lo aiutino o quantomeno non lo ostacolino.
Per fare questo, al monaco “laico” si richiede una notevole capacità discriminativa, quindi la capacità di saper dire “no” e di mettere una distanza da persone o situazioni che possono minacciare la propria crescita spirituale. Comunque, l’attrazione verso la mondanità e il bisogno di appartenenza sono due tentazioni continue per l’ego, dunque costituiscono dei banchi di prova per colui che sceglie questo monachesimo “laico”. Probabilmente, quando non si è ancora fortificati e radicati nel proprio cammino o si hanno ancora carenze affettive, la migliore soluzione consiste nel lasciarsi anche andare a situazioni e attitudini mondane, avendo però la capacità di osservare le proprie azioni e reazioni e distaccarsene quando vi si sente troppo trascinati.
Diverso è il discorso dei bisogni, i quali andrebbero soddisfatti quando premono, altrimenti, se insoddisfatti, rischiano di occupare del tutto lo spazio coscienziale, bloccando così il cammino e la crescita spirituale. In definitiva, occorre equilibrare i bisogni e saper attendere pazientemente che essi vengano superati spontaneamente, senza precorrerne il superamento, in quanto questo può creare degli squilibri di tipo psicologico. Inoltre, non bisogna mai abbandonare il cammino e la famiglia spirituale, che costituiscono delle garanzie per la coltivazione e per il mantenimento della forza interiore, quel “commitment” che è impegno costante finalizzato ad un’azione ben precisa: la conversione del cuore e della mente.
Laura Boggio Gilot, in uno dei suoi scritti spirituali1], addita il percorso di un tale essere nel mondo ma non del mondo. Nel cammino spirituale, “dopo una fase di opposizione tipica della vita dell’aspirante, si matura una fase di collaborazione tipica della vita del discepolo: la personalità, diventata più libera ed efficiente, va trasformandosi in un alleato obbediente che non solo non ostacola quella intuita volontà del Sé, ma cerca di raggiungerla in modo tale da perdere il confine tra sé e quella, in un dimenticarsi che lascia spazio a una sola realtà, l’amore della verità vissuta con ardore. Quando queste esperienze accadono a chi non vive nel mondo protetto da un āśram, ma a chi esegue il dharma nella società, si produce quella condizione particolare che è definita ‘essere nel mondo ma non del mondo’, in cui la volontà, il pensiero e il comportamento obbediscono all’accordo con la volontà dell’anima”.
L’etica cristiana richiede al seguace di “essere nel mondo, ma non del mondo”; ciò significa vivere il non attaccamento, nella vicinanza il più possibile alla fonte e alla parola divine, in sentimento e azione, alternando vita attiva e vita contemplativa. Ora, ci possiamo chiedere se è possibile vivere un monachesimo “laico” nei tempi di oggi, senza fare vita comunitaria in un monastero, e cosa questo comporti nella vita pratica. In concreto: cosa comporta compiere l’azione sacrale, o retta, pur continuando ad assolvere ai propri ruoli sociali, e senza fare vita ritirata, come in un monastero.
Uno dei motivi principali per l’esistenza del monastero è quello di consentire ai monaci la vita comunitaria, cioè il confronto continuo con l’altro e, attraverso questo, la correzione e l’osservazione dell’azione, sotto la direzione esperta di una guida. Così come nel monastero la vita quotidiana è scandita dalla Liturgia delle Ore, la sacralità della vita quotidiana fuori dal monastero è data, oltre che dalla propria meditazione quotidiana, dalla costante autosservazione, dall’incontro con la propria famiglia spirituale e dallo svolgimento di compiti di lavoro sacrale, nei quali si apprende l’arte della retta azione.
Tutto ciò favorisce lo sviluppo delle qualità etiche e dell’attenzione; mediante quest’ultima, si opera a poco a poco la conversione del cuore. Il movimento primario della conversione è la trasformazione progressiva di ciò che è profano in sacro. Profano è ciò che sta davanti al sacro e che attende di essere trasformato in sacro, e sacro è tutto ciò che appartiene alla natura ultima, ciò che è perfetto, puro, divino. L’opera del monaco consiste nel far sì che la sua vita si trasformi in divina; è questa un’opera di purificazione continua, che passa attraverso tutti i livelli dell’essere, corpo, mente, anima e Spirito. Dunque, quali sono le principali difficoltà che un tale monaco “laico” può incontrare nel suo cammino di conversione? Per quanto riguarda la mia esperienza di meditante vedantino, tra quelle che riconosco come presenti nel mio cammino quotidiano, la prima consiste nel riuscire a coltivare e mantenere il silenzio della parola, venendo in continuazione a confronto con persone che vivono nella completa estroversione. La seconda difficoltà consiste proprio nella tentazione dell’estroversione, spesso anche per una reminiscenza di senso di appartenenza alla comunità convenzionale.
Tale seconda difficoltà diviene evidente soprattutto nei periodi in cui si è lontani dalla propria famiglia spirituale. Una terza difficoltà, connessa alla precedente, è quella di riuscire a trovare compagnie e persone adeguate e in linea con il proprio cammino o comunque persone che lo aiutino o quantomeno non lo ostacolino.
Per fare questo, al monaco “laico” si richiede una notevole capacità discriminativa, quindi la capacità di saper dire “no” e di mettere una distanza da persone o situazioni che possono minacciare la propria crescita spirituale. Comunque, l’attrazione verso la mondanità e il bisogno di appartenenza sono due tentazioni continue per l’ego, dunque costituiscono dei banchi di prova per colui che sceglie questo monachesimo “laico”. Probabilmente, quando non si è ancora fortificati e radicati nel proprio cammino o si hanno ancora carenze affettive, la migliore soluzione consiste nel lasciarsi anche andare a situazioni e attitudini mondane, avendo però la capacità di osservare le proprie azioni e reazioni e distaccarsene quando vi si sente troppo trascinati.
Diverso è il discorso dei bisogni, i quali andrebbero soddisfatti quando premono, altrimenti, se insoddisfatti, rischiano di occupare del tutto lo spazio coscienziale, bloccando così il cammino e la crescita spirituale. In definitiva, occorre equilibrare i bisogni e saper attendere pazientemente che essi vengano superati spontaneamente, senza precorrerne il superamento, in quanto questo può creare degli squilibri di tipo psicologico. Inoltre, non bisogna mai abbandonare il cammino e la famiglia spirituale, che costituiscono delle garanzie per la coltivazione e per il mantenimento della forza interiore, quel “commitment” che è impegno costante finalizzato ad un’azione ben precisa: la conversione del cuore e della mente.
Laura Boggio Gilot, in uno dei suoi scritti spirituali1], addita il percorso di un tale essere nel mondo ma non del mondo. Nel cammino spirituale, “dopo una fase di opposizione tipica della vita dell’aspirante, si matura una fase di collaborazione tipica della vita del discepolo: la personalità, diventata più libera ed efficiente, va trasformandosi in un alleato obbediente che non solo non ostacola quella intuita volontà del Sé, ma cerca di raggiungerla in modo tale da perdere il confine tra sé e quella, in un dimenticarsi che lascia spazio a una sola realtà, l’amore della verità vissuta con ardore. Quando queste esperienze accadono a chi non vive nel mondo protetto da un āśram, ma a chi esegue il dharma nella società, si produce quella condizione particolare che è definita ‘essere nel mondo ma non del mondo’, in cui la volontà, il pensiero e il comportamento obbediscono all’accordo con la volontà dell’anima”.
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